Dovevo dirti molte cose

di Mattia Bragadini

È successo ancora: oggi ho ascoltato una canzone che mi ha fatto pensare a te. Sai che novità, vero? Guarda che lo vedo che ti scappa da ridere, lo vedo anche da qua, cosa credi? D’altra parte la musica ha lo straordinario potere di farti ricordare e rivivere emozioni: cose, persone, luoghi, istanti, sensazioni; il potere di farti viaggiare con la mente, con lo spirito, con la fantasia; di farti immaginare luoghi, epoche, eroi, grandi storie d’amore ed epopee, ma anche piccole situazioni quotidiane, personaggi comuni alle prese con gli interrogativi che noi tutti ci poniamo davanti al mistero della vita. Ti mette a confronto con te stesso, con quello che pensi, con quello che provi, con la tua idea di mondo. E quando senti che una sequenza di parole, di note e di accordi è in perfetta sintonia e sincronia con il tuo essere, è lì che si compie la magia, che ti senti compreso, capito, non più solo.
Ma poi la musica ha anche il potere di farti viaggiare per davvero, farti prendere un treno o un’auto, farti percorrere centinaia di chilometri per inseguire un’emozione, che vive in sé stessa in quanto tale ma anche come ragione del viaggio, e che allora a sua volta diventa strumento per altre emozioni: una città sconosciuta, un aereo da prendere, un weekend con gli amici, nuove persone da conoscere dentro uno stadio, per una volta non diviso tra due colori differenti ma unito da un’unica passione comune.
Quanti stadi colorati abbiamo visto insieme, io e te? Le luci gialle fluorescenti degli Xyloband mentre Chris ti chiedeva di guardare il cielo, di guardare quanto le stelle brillavano per te; e sembrava davvero che parlasse proprio a te, solo a te, per lo meno a me sembrava che in quel momento tu fossi l’unica donna in quello stadio. Oppure la palla di cannone infuocata che illuminava il cielo di Torino mentre Matt suonava l’intro di Supremacy e poi ancora i coriandoli, i palloncini, i pupazzi giganti, i fuochi artificiali e le ballerine che volteggiavano dentro lampadine volanti, ma io non vedevo le ballerine e pensavo che l’unica donna nello stadio eri tu. E quando l’Olimpico diventò la più grande discoteca del mondo, scossa dal synth-bass di Martin e dai colpi d’anca di Dave mentre tutta Roma urlava con lui «I just can’t get enough», c’eri tu accanto a me. E davvero non ne avremmo avuto mai abbastanza, della musica, di quell’atmosfera, di noi, di te che ballavi come se fossi stata l’unica donna nello stadio.
E tu ballavi, ballavi e ballavi ancora. Cantavi e ballavi, felice: ballavi come Courteney Cox spensierata nel video di Dancing In The Dark, molto tempo prima di diventare Monica di Friends; ballavi come la Marilyn Monroe, anzi la Norma Jean, di Elton John: una candela che brucia nel vento caldo di Hollywood; ballavi sulla sabbia come Rio sul ritmo incalzante del basso di John e sulla voce di Simon, sempre sul punto di rompersi ma che poi invece non si rompeva mai; ballavi come Sally, che cammina leggera, che ha trovato il senso del suo vagare, di questo strano equilibrio sopra la follia che noi chiamiamo vita, di questo brivido che vola via come una canzone di tre minuti. Ballavi e portavi in giro la tua valigia senza mai sentire la stanchezza, come la ragazza senza nome di Luciano: gambe per andare, bocca per baciare, braccia per tenere e fianchi per ballare.
La tua bocca per baciare l’ho assaggiata la prima volta sotto il cielo stellato di Bologna e anche lì, davanti a noi, c’erano un palco, dei musicisti, e Michael Stipe che cantava The One I Love, e in quel momento poco importava che il vero significato di quel pezzo fosse improntato a un tremendo e insopportabile cinismo, io pensavo solo che “quella che amavo” eri tu e ho voluto fartelo sapere così.

Non solo gli stadi, però, non solo i megashow pieni di effetti speciali: anche le piazze, i palazzetti, i pub, i club. Gli artisti di strada di Montmartre e della Rambla, gli amici che suonano davanti a una manciata di persone in un circolo scalcinato, le lezioni di metrica in auto, le parole d’amore dei cantautori, il cuore che batteva forte, io che ti guardavo mentre Lucio parlava con la mia voce: “e si capisce da come ridi che fai finta che non capisci, non vuoi guai; ma ti giuro che per quella bocca che se ti guardo diventa rossa, morirei. Ma chissà se lo sai, forse tu non lo sai, no tu non lo sai. […] Poi la notte col suo silenzio regolare, quel silenzio che a volte sembra la morte, ma mi dà il coraggio di parlare e di dirti tranquillamente, di dirtelo finalmente, che ti amo e che di amarti non smetterò mai. Così adesso lo sai, così adesso lo sai…”.
Chissà perché le cose che ci sembrano così chiare e semplici di notte, e così facili da dire, la mattina dopo diventano tremendamente confuse e complicate. Ma alla fine te l’ho detto, in un jazz club di Roma, la scala che scendeva e ci portava in un’altra dimensione, in un’altra epoca. Seduti a un tavolino in un silenzio contemplativo, due attori in una commedia di Frank Capra, anzi Ryan Gosling ed Emma Stone in un La La Land ancora ben lontano dall’essere concepito: la magia, la meraviglia, lo stupore. Ho interrotto un assolo di sax e te l’ho detto, non con quelle belle parole di Lucio ma con le mie, tremanti e malferme, ma sincere come quel sassofonista di cui non sapremo mai il nome.
Sei tu. In ogni emozione che ho vissuto sulle note di una canzone: viaggi e speranze, sogni e disillusioni, gioia e fatica, eccitazione e dolore. E ogni volta, in ogni viaggio, fosse a casa della nonna o dall’altra parte del mondo, c’era una voce profonda che sussurrava la sua melodia, c’era una chitarra distorta che faceva scendere un brivido lungo la schiena, c’era una cassa in quarti che ti impediva di stare ferma: prima tenevi il tempo battendo un piede per terra, poi muovendo la testa, e poi le mani e tutto il corpo. E così quei suoni piano piano ci sono entrati sotto pelle, per il loro sapore e poi per il ricordo di quei posti, quella sensazione di libertà che si respirava, quella spensieratezza e quella gioia, quella curiosità di vedere cose nuove, di provare, di conoscere, di andare. L’essenza della vita che scorreva impetuosa, e che già ci trascinava verso il prossimo viaggio, verso il prossimo concerto, verso la prossima sensazione avvolgente, piena, definitiva.

E forse alla fine quel posto lo abbiamo trovato, quel posto che per essere visto deve prima essere creduto, un posto senza nome in fondo ai nostri cuori. Il mio nome e il tuo nome fusi in una cosa sola, il caldo di luglio, l’urlo di San Siro, il tuo sguardo che incrocia il mio e che insieme diventano un unico sguardo. Stupito, incantato, ipnotizzato, quasi interrogativo: ma veramente siamo qua, adesso? Tutto questo è reale? Mentre gli schermi si illuminano di un rosso intenso, bruciante, rosso come il sangue, ma non è sangue versato, no: è sangue che pulsa dentro cuori adrenalinici, percorre muscoli tesi nel più grande abbraccio che uno stadio abbia mai visto, mentre una folla bellissima vibra sugli arpeggi di chitarra più famosi di The Edge, in attesa di venire investito da una luce bianca, assoluta, accecante, irreale. Quando parte Larry la pelle si solleva dalle ossa e vorresti che quel momento non finisse mai, e un secondo dopo invece ti ritrovi a desiderare altro, a fremere insieme al basso di Adam che sale sempre più su, perché adesso non vuoi altro che sentirlo cantare, ma poi quando comincia a cantare non vuoi altro che cantare più forte di lui, di Bono. E almeno per quei cinque minuti tu canti con la sua voce e lui con la tua e io con la vostra, e in quei cinque minuti, brevissimi ed eterni, possiamo liberarci delle catene: voglio scappare e nascondermi, voglio abbattere i muri che mi costringono qua dentro, voglio allungarmi fino a toccare la fiamma dove le strade non hanno nome.
Funziona così, ha sempre funzionato così: c’è una canzone che fissa un attimo nella mente, ma ancora di più nel cuore, a un livello che va ben oltre il semplice concetto di ricordo. Che sia la banale hit dell’estate, oppure uno di quei brani che non c’entrava niente con il resto della compilation, e che ti infilavo a tradimento in fondo al CD, solo per farti ridere. E ora che ti sto pensando, non so più quale brano mi passa per la testa: sono tutti tuoi, e ognuno di loro mi racconta qualcosa di te; certo, ci sono canzoni, musiche, testi, che mi fanno pensare a te più di altre, quelle che ami di più. Ma poi ci sono quelle che semplicemente mi parlano di te, anche se forse nemmeno le conosci, anche se forse non ti piacciono nemmeno. E infine tante volte, da solo mentre cammino con le cuffie nelle orecchie, o in auto quando torno stanco dopo una giornata di lavoro, sono io che vengo a cercarti: scelgo uno di quei CD che preparavo per i nostri viaggi o altri che adesso mi fanno compagnia perché sono stati creati per parlarmi di te.
Eppure ti ritrovo ancora di più in un’altra musica, che ultimamente ho imparato ad apprezzare e di cui sento spesso il bisogno: il silenzio. Lo so, non è un pensiero originale: tanti anni fa Simon and Garfunkel avevano già parlato del suono del silenzio, molto meglio di quanto sappia fare io. Il vento, il mare, le foglie. Lì ti sento molto vicina, forse proprio qui accanto a me. La natura ha tanta musica dentro di sé e proprio il suo suono è forse la melodia che più mi fa trovare te.  Ci siamo detti tante cose, ma tante altre ancora restano da dirti, tante altre domande mi restano da chiederti. E mi stupisco mentre realizzo che tra tutte le domande che dovevo farti, rimaste bloccate da qualche parte tra il cuore e la bocca, ora l’unica cosa che vorrei sapere è quale musica ascolti adesso: chissà se in cielo passano gli Who.

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