di Mattia Bragadini
2 agosto 1979
“Un succo d’arancia, per favore.”
“Per me un caffè, grazie.”
Seduti a un tavolino all’aperto del Kaffee Burger in Torstraße, Hans Peter e Günter si stavano godendo gli ultimi sprazzi della loro vacanza berlinese: mogli e figli allo zoo di Tierpark, loro a passeggio per Oranienstraße fino a Checkpoint Charlie e a vedere con i propri occhi quell’imponente e inquietante muro grigio di cui tutti parlavano. Hans Peter attese che la cameriera si allontanasse a sufficienza prima di parlare di nuovo: chiunque intorno a loro poteva essere un funzionario della Stasi.
“Ma come fai a bere quello schifo?”
“Cosa? Il Kaffee Mix? Basta abituarsi.”
“Io non mi abituerò mai alla brodaglia di Erich.”
“Ssssh, parla piano!” gli sussurrò Günter in quello strano connubio di toni di quando si urla bisbigliando.
“Un altro buon motivo per andare di là, a bere del caffè decente.”
“Ah, di questo volevi parlarmi lontano dai bambini? Ci vuoi riprovare…”
La frase rimase sospesa, evidentemente non si trattava di una domanda ma di una constatazione.
Hans Peter non rispose: la potenziale spia della Stasi si stava avvicinando con il vassoio contenente le loro ordinazioni. Attese che li servisse e dopo averla ringraziata la seguì con la coda dell’occhio fino all’interno del locale. Bevve un sorso di spremuta e fece una smorfia, anche le arance sembravano ormai essere dei surrogati dei frutti veri. Günter stava seppellendo la brodaglia di Erich sotto abbondanti cucchiaiate di zucchero, a nasconderne le note di segale e cicoria.
“Certo che voglio riprovarci” gli disse abbassando ulteriormente la voce.
“Ma non ti è bastato il primo fallimento?”
“Fallimento? Ma se ci è mancato pochissimo! E ho capito dove migliorare, questa volta ce la faremo.”
“Vorrei avere la tua sicurezza.”
“La scorsa volta è stata solo sfortuna, ma i calcoli erano giusti.”
“Sì be’, è già passato un mese e ogni giorno i nostri figli crescono e pesano di più.”
“Non è questo il punto, questa volta avremo più margine”.
“E come?”
“È semplice, dobbiamo raddoppiare il volume.”
“Come raddoppiare il volume?”
“Sì secondo i miei calcoli ci servono 4000 metri cubi: 20 di diametro e altezza 25.”
“Ma sono 1250 metri quadri di stoffa!”
“Già” disse Hans Peter sorridendo.
Günter guardò perplesso l’amico, poi fissò lo sguardo sulla tazzina continuando a mescolare il caffè, ancora incerto se assaggiarlo veramente. Hans Peter interpretò il suo silenzio come un assenso e proseguì.
“Senti, è un anno che ci lavoriamo, abbiamo speso i risparmi di una vita, abbiamo fatto test, abbiamo fatto un primo tentativo e ci siamo andati a tanto così. Quanto sarà mancato? Due-trecento metri al massimo.”
“Fossero anche cinquanta metri, abbiamo rischiato due volte la vita, prima precipitando e poi atterrando a un metro dal campo minato.”
“Questa volta ce la faremo, te lo prometto. Non possiamo mollare adesso e d’altra parte non abbiamo più nulla da perdere.”
“Nulla da perdere? L’altra volta ci è andata bene, ma ti rendi conto che se ci beccano ci fanno fare la fine di Lukas?”
“Proprio per questo: io non voglio vivere in un Paese dove la gente onesta fa la fine di Lukas Keller.”
Günter rimase in silenzio e finalmente iniziò a sorseggiare il caffè. Fece un’espressione di disgusto e Hans Peter non poté trattenere una risata.
“Cavoli, nemmeno a Berlino arriva roba decente” si lamentò Günter.
Poi, come se il sapore di quel miscuglio imbevibile fosse stato l’argomento decisivo, sembrò decidersi.
“Va bene, diciamo che io ci stia. Dove la troviamo di nuovo tutta quella stoffa? Abbiamo già saccheggiato Pößneck e Jena, siamo andati fino a Lipsia e non sappiamo più cosa inventarci per giustificare quegli acquisti.”
“Ho già iniziato a trovarla, piccoli pezzi qua e là, in tutto il Paese, per non destare sospetti.”
“In tutto il Paese…”
“Sì, e mentre siamo a Berlino ne faremo una discreta scorta, almeno qua i negozi non mancano. Ora che sappiamo che il cotone è troppo poroso, ci concentriamo sul taffetà sintetico. Ho fatto dei test: è il materiale più resistente al calore. Se fanno domande, diremo loro che dobbiamo cucire delle vele.”
Günter fissò di nuovo la tazzina cercando altri argomenti per controbattere. Non ne trovò.
“E quando vorresti farlo?”
“Tra sei settimane saremo pronti” sorrise Hans Peter.
15 settembre 1979
Hans Peter Strelzyk e Günter Wetzel si sono dati appuntamento in una radura nella foresta di Ziegenrück, a circa 10 chilometri da Pößneck, dove vivono, e a 30 chilometri dal confine. Con loro ci sono le mogli e i loro quattro figli, due a testa.
Nelle sei settimane successive al viaggio a Berlino, si sono divisi tra il lavoro in fabbrica e lo studio del nuovo progetto. Le loro mogli hanno passato intere giornate a cucire insieme le stoffe colorate che hanno recuperato in tutta la Germania Orientale, Günter le ha aiutate dopo aver speso il suo ultimo marco per acquistare una macchina da cucire elettrica.
Hans Peter ha rivisto i suoi calcoli e costruito una nuova gondola con un telaio di ferro e un fondo in lamiera, il tutto tenuto insieme da fili stendibiancheria, mentre il bruciatore lo ha realizzato con due bottiglie da 11 chili di propano liquido, tubi flessibili e un pezzo di canna fumaria.
Le famiglie arrivano a tarda sera, dopo che un violento temporale ha consegnato loro le condizioni ideali: cielo sereno e venti in direzione ovest. È già passata la mezzanotte quando dopo aver scaricato tutto il materiale cominciano a preriscaldare l’aria con un rudimentale lanciafiamme, nel frattempo Hans Peter mette in funzione il ventilatore che hanno costruito utilizzando il motore da 14 cavalli della motocicletta di Günter. Con gli accorgimenti maturati in mesi di test e tentativi, in dieci minuti gonfiano il pallone e in altri tre riscaldano l’aria all’interno. In breve il piccolo equipaggio sale sulla gondola, i bambini sono i più elettrizzati e cominciano a guardarsi intorno incuriositi.
“Bambini – li richiama Günter – ci occorre anche il vostro aiuto ora, attenti. Dobbiamo tagliare le otto corde tutte insieme, prendete tutti un coltellino.”
I bimbi, sempre più eccitati, si precipitano agli angoli della gondola, in attesa del segnale.
“Al mio tre!” ordina Günter.
Ma l’entusiasmo prende il sopravvento e un paio di corde vengono tagliate in anticipo, così il pallone si piega leggermente da una parte, quel tanto che basta per mandare la fiamma contro il tessuto, che prende subito fuoco. I bambini rimediano prontamente al danno provocato, recuperano l’estintore che il gruppo aveva saggiamente portato e spengono il piccolo incendio.
La mongolfiera comincia allora a prendere quota, sospinta fino a 2.000 metri di quota dalla vivace fiamma del bruciatore, e a 30 chilometri all’ora verso ovest grazie ai venti amici. I bambini guardano ammirati il panorama notturno, per loro è come l’attrazione di un parco divertimenti, non sanno che qualche chilometro più in là c’è l’agognata Baviera, una Germania dal nome leggermente diverso, che non hanno mai conosciuto.
“Mamma, ho freddo”.
La piccola Ingrid si stringe alla moglie di Günter: lassù la temperatura è abbondantemente sottozero e non c’è alcuna protezione che riscaldi la gondola. Tutti si stringono tra di loro avvolti in grandi plaid scozzesi mentre Hans Peter tiene d’occhio la rotta e la fiamma del bruciatore. Dopo circa mezz’ora di volo, si avvicina a Günter e gli bisbiglia in un orecchio, coperto dal rumore del vento.
“C’è qualcosa che non va.”
“Che succede?”
“Forse ho sbagliato un calcolo, vedi – indica la punta del bruciatore che continua a sputare fuoco – la canna è un po’ troppo lunga, la fiamma è molto in alto, non vorrei che la pressione fosse eccessiva.”
“Ma finora è andato tutto bene.”
“Sì, ma è come continuare a pompare aria in uno pneumatico già gonfio, a un certo punto…”
Non riesce a completare la frase perché un rumore secco e improvviso squarcia l’aria e il tessuto. La pressione ha reciso una cucitura forse più debole e si è aperta una lacerazione su un lato del pallone, l’aria che filtra spegne la fiamma del bruciatore.
“Presto, i fiammiferi!” urla Hans Peter alla moglie.
Senza perdere la calma, i due uomini riaccendono la fiamma e il pallone mantiene la quota, ma l’aria continua a passare attraverso la fessura e devono ripetere l’operazione più volte.
“Aumentiamo” dice a un certo punto Hans Peter.
“Ma saliremo troppo – ribatte Günter – ci vedranno coi radar.”
Hans Peter si gira a guardare i suoi figli, poi sua moglie e la famiglia di Günter. Li stanno tutti fissando infreddoliti e impauriti.
“Non so quanto tempo riesco a tenerlo su. Giochiamoci tutto.”
Torna a mettere mano al bruciatore e lo spinge alla massima potenza, il pallone raggiunge i 2.500 metri di quota, ben al di sopra della soglia di avvistamento radar. Infatti sono individuati sia dalle torri di controllo occidentali, sia dalla polizia di confine orientale, ma a quel punto sono troppo alti per essere intercettati dai proiettori.
Gli uomini si scambiano uno sguardo preoccupato: sanno entrambi che in quel modo stanno consumando molto più propano del previsto. Ma è l’urlo delle donne a riportare l’ottimismo.
“Il confine!”
Sotto di loro si intravvede la lunga coda di automobili sulla A9 ferma al posto di frontiera di Rudolphstein. La gioia però dura poco: come previsto il propano si esaurisce e di colpo la mongolfiera comincia a perdere quota, Hans Peter prova inutilmente a riaccendere il bruciatore ma non c’è niente da fare: il pallone scende rapidamente in balia dei venti. Tutti si rannicchiano in posizione fetale in attesa dell’urto e dopo un contatto violento col suolo, in pochi secondi sono a terra.
“State tutti bene?” urla Hans Peter appena rimessosi in piedi.
“La mia gamba!”
Günter ha preso una brutta botta, si rialza ma zoppica, con l’aiuto della moglie esce dalla gondola appoggiando il piede con cautela. Le due famiglie ora osservano il pallone afflosciarsi a poco a poco mentre cercano di capire dove sono. Si guardano tra di loro interrogativi, poi sentono arrivare la sirena di una pattuglia della polizia. Hans Peter riconosce un’Audi e dice a tutti di stare calmi.
“Tutto bene?” domandano gli agenti.
“Sì, solo un problemino alla gamba” risponde Günter.
“Vi abbiamo visti in difficoltà lassù e abbiamo cercato di capire dove sareste atterrati.”
“Grazie agente – interviene Hans Peter – ci potrebbe gentilmente dire dove ci troviamo?”
“Naila, Baviera.”
I due amici si stringono in un abbraccio, poi allargano il cerchio a includere mogli e figli e restano immobili per un tempo indefinito, indecisi se piangere o urlare di gioia.
Poi Hans Peter è il primo a riscuotersi, si scioglie dall’abbraccio, si guarda intorno e infine un po’ smarrito guarda Günter.
“E ora?”
Günter sorride.
“Ora andiamo a bere un caffè.”