L’ultima battaglia

di Mattia Bragadini

“Referam tibi Mantua palmas”
(motto del 25° Reggimento Lancieri Mantova)

L’odore che mi ricordo meglio è quello del mare. Quel giorno d’autunno tirava la bora, e lo sentivamo distintamente anche a chilometri di distanza arrivare dalle spiagge di Lignano e di Grado, dalla laguna di Marano e dal golfo di Trieste; ma di solito si sentiva soprattutto d’estate, in quell’estate così breve, in cui sarei dovuto essere da tutt’altra parte, con tutt’altra compagnia: lo sentivamo partire dalla laguna di Venezia e risalire il fiume come un salmone dispettoso per arrivare fino a noi. A volte sollevavo appena la testa per respirarlo, e poi mi riabbassavo veloce e tornavo a percepire forte e pungente l’odore della terra bagnata. Qualcuno urlava “Giù! Sei impazzito? Vuoi farti saltare il cervello?” e a volte pensavo che sì, che forse sarebbe stato meglio così. Un colpo secco e via.
Poi però c’era anche l’odore dei capelli dell’Agnese, che profumavano di oli pregiati e di scorza di limone, mentre la sua pelle era tabacco e frutti di bosco, sapone di Marsiglia e bergamotto: ogni Natale una sua zia nobile le faceva avere per regalo una boccetta di acqua di colonia francese, sempre diversa, sempre buonissima, che lei si divertiva a cambiare, alternare e mescolare, ma alla fine quello che io sentivo era sempre soltanto il profumo della sua pelle.
Andavamo a passeggio per il paese la domenica mattina dopo la Messa, io portavo i pantaloni lunghi solo da pochi mesi ma già mi atteggiavo a uomo, e mi pettinavo con cura i baffetti che finalmente mi stavano crescendo. La gente del posto si fermava ad ammirarci, soprattutto l’Agnese a dire la verità: lei indossava vestiti bellissimi e preziosi perché suo padre era un commerciante di tessuti e sua madre confezionava abiti su misura nella bottega del marito. Poi al pomeriggio camminavamo per ore lungo il fiume, passeggiando sull’argine, e scendevamo verso sud fino quasi a Guastalla, e quando il sole cominciava ad inclinarsi verso l’orizzonte ci affrettavamo a casa per arrivare in tempo per la cena.
La mia era una famiglia di contadini: mio padre si alzava alle quattro tutti i giorni e si spaccava la schiena nei campi fino al tramonto, d’inverno tra la galaverna e il gelo, d’estate nell’afa e tra le zanzare; e quand’era estate il tramonto sembrava non arrivare mai. Solo a San Giovanni papà smetteva di lavorare già a metà pomeriggio per tornare a casa ad aiutare mia mamma a preparare la cena; mentre lei tirava la sfoglia e mescolava ricotta ed erbette appena colte per il ripieno dei tortelli, lui prendeva la bicicletta e andava al forno a comprare il pane e in osteria a prendere il vino buono; una volta a casa tirava fuori dalla credenza della sala i piatti buoni e i bicchieri di cristallo, e la tovaglia delle grandi occasioni, quella di Natale e Pasqua, ed io lo aiutavo ad apparecchiare, spesso c’erano anche i parenti di Reggio e ultimamente anche l’Agnese con i suoi genitori. E tutti insieme si restava ad aspettare la rugiada di mezzanotte, col sapore delle erbette ancora in bocca e gli occhi liquidi del lambrusco frizzante dell’osteria di Gianni.

Mio padre non mi volle mai a lavorare con lui: decise ben presto che avrei studiato, così che un giorno avrei potuto guadagnare qualche soldo in più, che bastasse per me e che fosse anche d’aiuto per i miei genitori. Non voleva che andassi nei campi: «Sei un ragazzo sveglio – diceva – e sai far di conto. Voglio che impari le lettere e la matematica: lavorerai con una penna, non con una zappa». Così mi iscrisse al Regio Istituto Tecnico Pitentino, a Mantova, ed io ogni mattina andavo in bicicletta in stazione a prendere il treno per Suzzara, e poi da là un altro treno fino a Mantova e infine a piedi fino a scuola. Due ore di viaggio all’andata e altrettante al ritorno, tra pedalata, camminata, treni e soprattutto attesa. Se quello del mare è il profumo che ricordo meglio, quella dell’attesa è la sensazione che meglio mi definisce: l’attesa tra un treno e l’altro, l’attesa prima di entrare a scuola, l’attesa dell’arrivo in stazione, e infine l’attesa, lassù, che succedesse qualcosa.
E mentre aspettavo, studiavo: studiavo in sala d’aspetto e sugli scomodi seggiolini di legno delle carrozze del treno, studiavo fuori al freddo prima che aprissero il portone della scuola e al ristoro della stazione con una tazza di tè caldo a riscaldarmi le mani e il corpo, studiavo in trincea finché c’era luce, in quei pomeriggi interminabili in cui non succedeva niente e mi sembrava che stessi semplicemente sprecando la mia vita. Mi piaceva studiare e lo facevo volentieri per ripagare i sacrifici dei miei genitori. Ma quando non studiavo leggevo: mio padre mi diceva sempre che non bastavano le lettere e la matematica, che dovevo conoscere il mondo, leggere i libri, sapere cosa succedeva nelle nostre terre. Così quando arrivavo in città, prima di andare a scuola, mi fermavo tutti i giorni a comprare la Gazzetta di Mantova, e il lunedì, mercoledì e venerdì La Gazzetta dello Sport e ogni quindici giorni anche Lo Sport Illustrato; leggevo le imprese dei ciclisti del Giro d’Italia e soprattutto quelle della Pro Vercelli che dominava il campionato di calcio, sognavo di diventare un calciatore forte come Giuseppe MilanoGuido AraPietro Leone. Ero bravino, d’estate giocavo nei campi lungo il fiume con i miei amici e avevo un bel destro; poi avevo conosciuto l’Agnese, una domenica sul sagrato mentre mia madre si accordava con la sua per un certo vestito, e avevo iniziato a trascurare i giochi da ragazzetto per andare a passeggiare con lei.
L’avrei sposata, l’Agnese, quello stesso anno: stavo ormai per prendere il diploma e suo padre mi aveva già promesso che mi avrebbe preso a lavorare con lui, a seguire i conti della sua bottega. E quella sua zia nobile, che si diceva fosse imparentata con i Masséna di Rivoli, avrebbe fatto arrivare un abito da sposa direttamente da un atelier di Parigi; io non sapevo nemmeno cosa fosse un atelier ma la parola suonava bene, era bella, e io già immaginavo la mia Agnese vestita di bianco il giorno delle nozze, e tanto mi bastava. E forse saremmo andati anche noi a Parigi per la luna di miele, con l’Orient Express, non appena la guerra fosse finita.
Invece la guerra non finì. Anzi, la guerra bussò alla nostra porta con in mano una cartolina verdognola firmata dal sindaco, era un giorno splendente di giugno, con le cicale che non smettevano un secondo di cantare e di farci pesare ancora di più il caldo di quel giorno. Così non indossai mai il doppiopetto grigio che la madre di Agnese mi stava confezionando su misura, né la cravatta ascot di seta regalo della zia ricca di Rivoli; invece indossai la divisa dei Lancieri di Mantova con l’elegante bavero nero e il paramano filettato di bianco. E un giorno di novembre, una settimana dopo Caporetto, con la benedizione dei miei nonni morti cinquant’anni prima per l’indipendenza, e con la nebbia che confondeva i lineamenti e i pensieri, abbracciai forte i miei genitori e la mia fidanzata e salii su un treno diretto al Piave, per raggiungere con i miei compagni di viaggio il reggimento Genova Cavalleria.

In un primo momento, lassù sul fronte del Piave sembrava che la mia vita non fosse cambiata di tanto: il cibo era dignitoso e abbondante e i miei compagni mi dissero che da poco era stata sospesa la pratica della decimazione, una decisione che aveva portato il morale delle truppe alle stelle. La paga poi era buona, almeno per me che non avevo mai guadagnato una lira fino ad allora, e non avevo tempo né modo di spenderla. Mi rallegrava sapere che una volta tornato, quei soldi avrebbero fatto comodo tanto per il mio matrimonio quanto per la mia famiglia. Poi potevo studiare e leggere i giornali di trincea, e se non fosse stato per il freddo di quelle prime notti, un freddo che non ero riuscito a immaginare nemmeno su quei pezzi di legno ghiacciati su cui ogni mattina mi sedevo alle sei per arrivare a Mantova in orario, mi sarebbe sembrato di vivere le mie giornate di sempre, solo che non prendevo nessun treno e invece che sedermi al banco di una scuola, mi sdraiavo in mezzo alla terra scavata con le mie stesse mani. Pensavo spesso alla mia fidanzata, però, e in primavera il desiderio di tornare da lei era diventato ormai insostenibile: le scrivevo lettere tutti i giorni, e quando l’ufficiale della Posta Militare mi recapitava una sua risposta la leggevo e rileggevo decine di volte, piangevo, la stringevo forte al petto, e la macchiavo di lacrime, fango e nostalgia.
Con quel pensiero fisso nella testa, quella primavera passò lenta e stanca: restavamo ad aspettare ordini e a mantenere le posizioni lungo il Piave, ma l’attesa logorava, il cibo cominciava a scarseggiare e c’era sempre quel profumo di mare, che arrivava da Venezia, carico di promesse che non poteva mantenere. La propaganda diceva che l’esercito austro-ungarico era allo stremo, ma noi cominciavamo a fidarci poco della propaganda; infatti in giugno loro ci attaccarono di nuovo lungo il Piave, solo qualche chilometro più a nord rispetto alla nostra posizione. Ci giunsero però notizie rassicuranti: avevamo resistito benissimo infliggendo gravi perdite all’Impero, così il morale si alzò di nuovo, e ancora di più dopo la notizia del volo pacifico di D’Annunzio su Vienna, a gettare volantini di propaganda. Sulla scia dell’impresa del Vate, fummo invasi da una furente voglia di partire al contrattacco: eravamo assetati di sangue austriaco, ma soprattutto desiderosi di tornare a casa una volta per tutte; avremmo voluto andare dal generale Diaz ed intimargli di procedere subito all’attacco, di farla finita una buona volta con le attese e il logorio da guerra di posizionamento.
Per fortuna, al posto nostro, fu la politica a convincerlo ad attaccare e così ci preparammo, era ormai ottobre, a sferrare la nostra offensiva lungo il Piave nei pressi di Vittorio Veneto. Fu un trionfo: dopo pochi giorni di combattimento e una prima resistenza degli austro-ungarici, dilagammo presto oltre il fiume e raggiungemmo facilmente anche la Livenza.

Sentivamo distintamente il profumo della vittoria che si confondeva con un altro profumo ancora più atteso: quello di casa. Pochi giorni dopo, il 1° novembre, dal comando ci dissero che alla X Armata e alla III Armata era stato ordinato di avanzare fino al Tagliamento mentre al nostro corpo di Cavalleria, in supporto dei Bersaglieri, fu ordinato di spingersi oltre per prevenire il nemico in ritirata ai ponti dell’Isonzo. Ci chiesero di addentrarci più che potevamo dentro al territorio nemico e di avvicinarci il più possibile al vecchio confine, puntando dritti verso Gradisca. Così in pochi giorni di marcia anche il Tagliamento fu superato di slancio, e noi proseguimmo all’inseguimento degli austro-ungarici in ritirata, sotto la guida sicura del sottotenente Barbieri, diventato in pochi mesi il fratello maggiore che non avevo mai avuto.
Arrivammo alle sponde del fiume Stella, dove il piccolo ponte era stato danneggiato, ma in poche ore riuscimmo a ripararlo e a superare il fiume con tutto il reggimento, gli imperiali però ci aspettavano a Torsa, poco oltre lo Stella. Dal campanile della chiesa del paese, gli austro-ungarici controllavano la strada di accesso e così quando i Bersaglieri dell’Ottavo Reggimento si lanciarono all’attacco, erano lì pronti a riceverli con le armi spianate. Il fuoco nemico ferì a morte il sottotenente dei Bersaglieri Alberto Riva di Villa Santa, comandante di un plotone di Arditi. La notizia ci sconvolse: tutti conoscevamo Riva e gli volevamo bene, ma sapevamo anche che quello sarebbe stato l’ultimo colpo di coda degli austriaci, ormai era fatta per noi e il morale rimase alto nonostante la tristezza per la fine del sottotenente.
A Torsa il comando decise infatti di mettere fine alla vicenda accelerando l’inseguimento degli austro-ungarici, che nel frattempo proseguivano nella ritirata e si erano rifugiati in località Paradiso, un mucchio di case contadine nella campagna tra Pocenia e Castions di Strada, cinquecento metri più a sud di un importante bivio a ridosso del canale Cormor. Noi della Cavalleria li avremmo supportati nell’attacco al paesino; l’Ottavo Bersaglieri riprese la marcia verso Paradiso alle 14.45 del 4 novembre, mentre noi, insieme con i Cavalleggeri Aquila, li raggiungemmo poco dopo al galoppo e loro salutarono il nostro passaggio lungo la strada buttandosi nei fossati e gridando «Viva la cavalleria!»
Sembravano bambini che giocavano e che avevano dimenticato che anche se la guerra ormai era finita, la morte era invece ancora lì a due passi; così mentre i Bersaglieri aggiravano il paese catturando i nemici asserragliati nelle case, noi superammo la strada che tagliava in due il villaggio e raggiungemmo il bivio più a nord, dove ci attendeva, armi alla mano, un battaglione di mitraglieri ungheresi: ci scagliammo al galoppo contro l’ultima resistenza nemica, assetati di vendetta per la morte del comandante Riva. Nell’impeto però il mio cavallo scartò improvvisamente di lato, persi l’equilibrio e caddi dalla sella schiantandomi violentemente a terra, chiusi gli occhi per il dolore, e quando li riaprii vidi in lontananza l’ultimo soldato nemico superstite puntare il fucile contro di me, poi udii una raffica di spari e lo vidi crollare a terra ucciso dai colpi dei miei compagni. Ma sentii anche un dolore caldo salirmi dalle viscere e ben presto la mia divisa si macchiò di sangue: due pallottole ungheresi mi avevano penetrato la carne in pieno stomaco e all’altezza del fegato. Intorno a me era cessato qualsiasi sparo: solo vento, solo silenzio.
Il sottotenente Barbieri corse verso di me, mi si inginocchiò innanzi, mi slacciò l’elmetto con una delicatezza che forse solo mia madre aveva avuto con me nella mia vita; provai a sussurrargli qualcosa, qualche parola da portare ad Agnese una volta tornati a casa, ma la voce non mi usciva, il freddo mi gelava le parole in bocca e non avevo più la forza per cacciarle fuori. Chiusi gli occhi, provai a respirare profondamente e mi ritrovai a sentire tutti i profumi della mia vita: il mare, il Po, i capelli di Agnese, il sapore delle sue labbra, l’acciaio del fucile, la polvere da sparo e infine ancora la terra bagnata, tutto intorno a me. Il sottotenente urlò a qualcuno di prendere la radio, di far venire l’ufficiale medico che c’era un ferito, ma io senza aprire gli occhi gli sorrisi: non ero più un ferito.
Il sottotenente mi guardò sorridere e capì. Prese un foglietto da una tasca e cominciò a leggere un dispaccio che era arrivato pochi minuti prima dell’attacco, ma io già non vedevo più ed udivo poco, non sentivo più dolore, non sentivo nemmeno più la fame, fedele compagna di quelle ultime settimane, sentivo solo il vento e il mio cuore che rallentava ogni secondo di più.

«La guerra contro l’Austria-Ungheria… …iniziò il 24 maggio 1915…», pensai al 24 maggio 1915, alle primavere passate a Luzzara a giocare con una palla in mezzo ai campi, «…fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi…», tentai di sorridere ancora, mi uscì una strana smorfia: “asperrima” pensai.
«La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento… ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria…», Trento, abbiamo preso anche Trento! Che bravi i ragazzi del Ventinovesimo, «L’Esercito Austro-Ungarico è annientato… i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza». Aprii gli occhi per un momento, il sottotenente era ancora chino sopra di me, mi guardava dritto in viso da pochi centimetri, annuì solennemente e tra le lacrime mi disse: «Abbiamo vinto, Beppe, abbiamo vinto…»

Barbieri fece un passo indietro, si tolse l’elmetto e raccolse intorno a sé tutti i miei commilitoni, quelli che dal giorno dopo sarebbero tornati alle loro madri e ai loro padri, alle loro mogli e ai loro figli, quelli che mi avrebbero portato in spalla fino a casa e che mi avrebbero ricordato per tutti gli anni a venire.
Paradiso, che posto curioso dove morire! Pensavo di guadagnarmelo ogni domenica mattina con la Comunione, comportandomi da buon cristiano, da buon figlio, un giorno forse sarei stato un buon marito e un buon padre. Strinsi il crocifisso che portavo al collo in una mano, e la bandiera italiana con cui sapevo mi avrebbero coperto il volto con l’altra.
Il sottotenente diede un ordine che non capii e i miei amici intonarono un canto, mi addormentai, credo, o qualcosa di simile, mentre sentivo le loro voci spezzate ma fiere dedicarmi la vittoria, come avrebbe fatto Guido Ara con i suoi tifosi: «Indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento e la vittoria sciolse le ali al vento! Fu sacro il patto antico tra le schiere furon visti risorgere Oberdan, Sauro, Battisti. Infranse, alfin, l’italico valore le forche e l’armi dell’impiccatore. Sicure l’Alpi, libere le sponde e tacque il Piave: si placaron le onde. Sul patrio suolo, vinti i torvi imperi la pace non trovò né oppressi, né stranieri!»

Portavamo già i pantaloni lunghi ma eravamo ancora tanto piccoli, troppo piccoli. Per noi la guerra erano le corse a piedi scalzi sull’argine del Po, buttarsi a terra in mezzo alla polvere, con le ginocchia sanguinanti delle croste spezzate giocando a pallone nei campi. Per noi la guerra erano un indice e un pollice puntati contro un amico da uccidere con un semplice “pum pum” della bocca. Eravamo piccoli per la guerra: eravamo solo ragazzi. Ci chiamavano i ragazzi del ’99.

***

*Liberamente ispirata alla vicenda del caporalmaggiore Giuseppe Pezzarossa del 25° Reggimento Lancieri Mantova, nato a Luzzara (RE) il 31 ottobre 1893 e morto a Paradiso (UD) il 4 novembre 1918.
Secondo molte fonti si tratterebbe dell’ultimo caduto italiano della Prima Guerra Mondiale, ucciso nell’ultimo combattimento alle ore 15 del 4 novembre, ad armistizio già firmato e in vigore.