Road trip

di Massimiliano Renaud

Sabato sera, niente in tv, caldo asfissiante.
Bermuda, maglietta di Star Wars, infradito con bandierina brasiliana e fuori in macchina a cercare un po’ di svago nel mondo degli umani.
Puntuale come la pioggia nel tuo unico giorno di ferie ecco la coda in tangenziale, faccio scintillare l’accendino e penso, chissà perché, all’ultima donna che mi sono portato a letto.
Sembra passato un secolo.
L’abbinamento sesso-strada generato involontariamente dal mio timido amico subconscio accende una lampadina nel cervello e una, ben più luminosa, nella zona del cavallo.
Bam! Il programma della serata si palesa come l’omosessualità degli stilisti di moda e bastano solo quattro sillabe per enunciarlo: pro-sti-tu-te.
Tossisco, mentre con un cenno della testa auto-approvo la mia proposta.
Butto la sigaretta dal finestrino nell’istante in cui la coda abbandona la sua immobilità, la brace rientra con parabola perfetta dietro alla mia testa, frigge una ciocca di capelli e atterra sull’incolpevole sedile posteriore.
L’odore di insetto strinato in una lampada alogena riempie l’abitacolo, metto quattro frecce e scendo di corsa per tentare di salvare il salvabile, estinguo il principio di incendio sputando sul sedile ma è troppo tardi, il cratere è cosa fatta.
Come se non bastasse, al momento di rientrare in auto vengo stordito da una tempesta di claxon e offese personali.
“Ma dove dovete andare così in fretta eh? Rilassatevi che è sabato sera!”
“Sali in macchina, sfigato!”
“Torna su, sfigato!”
“Dai, sfigato, prendi quella carretta e vai a casa!”
Considerando l’intero pantone di coloriti insulti disponibili in lingua italiana, il fatto che tutti abbiano scelto lo stesso mi fornisce un argomento di riflessione.
Cenno di scuse e riparto.
Bene, traffico infernale, insulti gratuiti, latente voglia di scopare e l’unico buco al momento disponibile è scavato nella morbida alcantara che si trova alle mie spalle.
La statale sembra meno frequentata, esco dalla tangenziale e apro appena il gas.
Paletta.
Fanculo.
“Patente e libretto”
“Buonasera, agente”
“Non perdiamo tempo, patente e libretto”
“Certo signore!” Mi chino verso il cassetto dal quale sembra uscire lieve sussurrio: “Coglione”.
“Ha detto qualcosa?”
“No agente, parlavo da solo”
“Aspetti qui”
“Per forza, ha lei la mia patente”.
Che palle, stasera mi tocca anche sopportare Il cattivo tenente. Ecco che torna.
“Tutto bene agente?”
“Tutto a posto. Dove stava andando?”
“Guardi agente, voglio essere sincero con lei, sto andando a mignotte”
“Ma cosa sta dicendo?  Non sa che è vietato caricare prostitute in macchina?”
“Agente, mi guardi, ho quarantasei anni, sono single e al sabato sera sono in giro da solo in bermuda, infradito e con Obi-Wan Kenobi sulla pancia, cerchi di essere comprensivo”.
“Ma non lo sa che non si può guidare in ciabatte?”
“Eh, vedo che si è fatto una bella bevuta di succo del discorso.”
“Come ha detto?”
“Niente, niente agente, parlavo sempre da solo”
“Va bene, questa volta farò finta di non aver capito”
“Sai che fatica.”
“Senta, vada via che è meglio e cerchi di non fare cazzate”
“Sa che me lo diceva sempre anche la buonanima di mia nonna prima di andarsene?”
“E’ morta?”
“No, a 92 anni è scappata di casa. Adesso vive a Los Angeles pippando cocaina. Si, è morta agente”
“Mi dispiace, ma d’altra parte sua nonna doveva sapere che la droga a quell’età è pericolosa! Adesso se ne vada, devo lavorare. Buonanotte.”
“’Notte agente”
Rimetto in moto e accendo la radio ma la qualità del segnale è la stessa di un cellulare sotto al Frejus, provo il metodo Fonzie-Juke box ma rimedio solo una crepa sul cruscotto.
Allungo la mano per spegnere l’impianto e urto l’accendino che cade sotto al sedile, nella quarta dimensione.
Mi chino per raccoglierlo e parcheggio in un furgone che qualcun altro aveva a sua volta parcheggiato, in maniera più canonica, lungo la strada.
Scendo e vedo con sollievo che il danno al minivan non è poi esagerato, almeno metà del bagagliaio è praticamente intatta.
La tentazione di scappare è forte ma la mia maledetta coscienza prende il sopravvento e lascio il bigliettino con la targa: RD957PU.
La Twingo del parroco.

Dopo il sinistro, l’eccitazione scende come una mongolfiera colpita da un giavellotto. Cambio di programma, niente troie, ma pausa naturistica.
Sono sicuro come l’uno nell’amichevole Barcellona – Nazionale Cantanti che una bella passeggiata nel parco mi farà bene.
E, in effetti, la cura sembra funzionare, tutto mi trasmette pace: le ombre allungate degli alberi, le panchine romantiche, il laghetto, la luna piena nel cielo, l’uomo che si avvicina a volto coperto…
“Dammi i soldi, sfigato”
“E via un altro. Cioè, tu giri in un parco di notte con la calza della befana in testa e hai anche il coraggio di insultare?”
“Non fare il coglione e dammi i soldi. E poi non ho trovato il passamontagna”
“Va bene, io i soldi te li do, ma guarda che così non sei credibile”
“E allora? Eh? Non vado bene neanche per te? Ho già una moglie che rompe i coglioni perché dice che non sono all’altezza! E adesso devo bermi le critiche da uno che a cinquant’anni ha sulla maglia un frate con in mano un leccalecca luminoso?”
“E’ una spada Jedi. E di anni ne ho quarantasei. Comunque scusa, non volevo offenderti”
“Ascolta, tieniti i soldi e levati dalle palle”
“Grazie, sei un amico”
“Figurati”
“Allora ci si vede in giro”
“Ok.”
“Notte”
“Notte”

Dopo la calorosa accoglienza del rapinatore gentiluomo decido di lasciare il parco.
Un solo passo e sento la ciabatta immergersi in un materiale gelatinoso che si dilata fino a risalire il bordo della suola, rivelando al piede il suo calore.
Guardo con scarsa fiducia il terreno e noto con relativa sorpresa che ho pestato una merda colossale.
Dalle dimensioni azzardo l’ipotesi che l’autore sia un bufalo delle praterie fuggito da qualche circo di cowboy ma poi, poco distante, vedo un alano di un metro e sessantacinque al garrese che decido di additare come colpevole.
“Signore! Il cane è suo?”
“No, sono io che sono suo.”
“Suo di chi?”
“Del cane”
“Senta, non mi prenda in giro, non crede che dovrebbe ripulire quella collina di letame?”
“Ma di cosa sta parlando?”
“Vuole dirmi che quel grappolo marrone è caduto dal cielo?”
“E perché no? D’altronde dev’essere la notte delle merde cadenti, ne vedo due in meno di due metri, non può essere un caso.”
“Oh ma qui abbiamo un vero cabarettista, che presumo quindi non abbia intenzione di ripulire gli scarti del suo cane.”
“Vede? Se vuole ci arriva anche da solo!”
Perdo la pazienza e simulo, con un movimento millimetrico della mano destra, un perentorio atto di ribellione ma i sessantaquattro denti che sfodera il pony senza sella mi inducono a ridimensionare il mio atteggiamento aggressivo.
Me ne vado.
Rientro in auto e l’effetto sauna alimentata a sterco che si crea dopo un minuto di viaggio è insopportabile. Con le narici sigillate fra le dita guido fino alla luce rossa di un semaforo, che decido straordinariamente di rispettare.
Un lavavetri mi offre i suoi servigi.
Rifiuto di prassi con indice dondolante e insulto in dialetto.
Il furbo extracomunitario finge di inciampare e vuota un secchio zeppo d’acqua, cacche d’uccello e moscerini sulla tappezzeria color crema della mia utilitaria Hyundai S.U.V., che sta per Senza Un Vetro.
“Scusa signore io inciampa”
“Eh inciampa, ma qui hai fatto un macello”
“Scusa signore io solo ciabatte, niente scarpe. E ciabatte suola rotta”
“Si, ho capito suola rotta, ma io avrò cinquecento euro di danni”
“Io con cinquecento euro campa un mese signore”
“Ok dai, tieni un euro”
“Dai cinque signore, io avere quattro figli”
“Va bene, tieniti dieci e vattene. Buonanotte!”
“Tanto grazie signore! E impara dialetto coglione, straccione non si dice stracciòn”
“Hai detto qualcosa?”
“No no, parlare da solo, buonanotte!”
A questo punto c’è solo una cosa può consolarmi, l’alcol.

BAR ABBA

L’insegna non chiarisce se troverò un ambiente ispirato a un pregiudicato del primo secolo dopo cristo o a un famoso gruppo dance del ventesimo ma decido comunque di entrare.
“Una birra grazie”
“Chiara o scura?”
“Faccia scura”
“La mia?”
“No, la birra”
“Ah, Ok.”
“Grazie.”
Assaggio.
“E’ buona, me ne faccia quattro.”
Mentre sorseggio la mia terza consolazione, al mio fianco si apposta un barbone che puzza come una carcassa e non so perché, continua a starmi vicino. Vicinissimo.
Un tonfo alle mie spalle genera in me un livello di spavento tale da farmi rovesciare almeno metà della Guinness sulla coscia ma il freddo della birra, arrivato all’altezza del polpaccio, diventa stranamente tiepido come se si fosse mescolato a un altro liquido, più caldo.
E’ evidente che prima di inabissarsi ai piedi degli sgabelli lungo il bancone il barbone mi ha pisciato su una gamba.
Gli rovescio in faccia quello che resta della birra ed esco, saltandolo, dal bar.

Eccomi a casa, finalmente.
Una leggera depressione mi prende per mano e mi accompagna passo passo per le scale fino all’ultimo gradino, dove la suola ancora viscida mi tradisce proiettandomi a valle come una balla di fieno lanciata dall’Himalaya.
E cosi, la sera in cui volevo sollazzarmi con qualche secondo di squallido sesso a pagamento, che anche se squallido e a pagamento, signori miei, è pur sempre sesso, mi ritrovo all’ospedale con sei fratture ma anche tanti insegnamenti:
Non buttare sigarette dal finestrino.
I poliziotti, pur privi di senso dell’umorismo, ti lasciano andare a troie se gli fai pena.
I rapinatori frustrati dalle mogli non sanno fare il loro lavoro.
I padroni di grandi cani, a volte, sono grandi stronzi.
Gli extracomunitari sanno il dialetto.
I barboni non cercano un abbraccio, ma un angolo.
E infine, le scale di casa, come quelle della vita, possono riservare brutte sorprese se hai le suole sporche di merda.

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