Fuga da Nuenen

di Mattia Bragadini

«Liesbeth! Liesbeth!»
«Che succede, mamma?»
«Papà sta tornando. Aiuta nonna con il caffè e vai a portare le patate in tavola.»
Eccomi qua, come ogni sera aiuto ad apparecchiare e mi accosto al tavolo dei miei genitori e dei miei nonni. Mi accosto ma non mi siedo perché non ci sono abbastanza sedie per tutti; quando ero più piccola mamma mi teneva in grembo e mangiavo seduta sulle sue ginocchia, ora sono troppo pesante per lei e dopo aver aiutato papà nei campi da mattina a sera, dice che è troppo stanca per reggermi sulle sue gambe sfinite. Mamma torna sempre a casa un’ora prima di papà e ogni santo giorno a partire da quello in cui sono nata, o comunque dal primo giorno di cui ho memoria, porta a casa dai campi due sacchi di patate che poi pela con l’aiuto di nonna e cucina mettendole a bollire, friggendole o stufandole. Le rare sere in cui la cena è particolarmente ricca, di norma la domenica e i giorni di festa, le schiaccia insieme con le carote fino a ottenere un composto denso e giallastro che chiamiamo hutspot. Questa è la mia vita: un’umile casa di argilla e pochi mattoni, i miei genitori e i miei nonni, un piatto di patate stufate e la mia scuola. In tredici anni di vita non ho conosciuto altro.

La mia scuola si trova a Eindhoven, dista circa sette chilometri dalla nostra casa e così per arrivarci cammino ogni giorno per quattordici chilometri, andata e ritorno, con qualsiasi condizione atmosferica: spesso d’inverno la stradina scompare sotto decine di centimetri di neve e muovere i passi con le mie vecchie scarpe di pezza diventa un’impresa proibitiva: così quando la sera vediamo che comincia a nevicare forte, con mamma decidiamo di svegliarci un’ora prima, alle sei, perché posso impiegare anche due ore e mezza per arrivare a Eindhoven. Nonostante ciò vado volentieri a scuola, perché in ogni singolo istante della mia vita ho sempre davanti agli occhi l’immagine che vedo ogni sera: vedo le facce abbrustolite di mamma e papà e le loro mani callose avventarsi sulle solite, inevitabili, imprescindibili patate, e vedo i solchi di anni di campi attraversare i volti di nonna e nonno, ormai troppo vecchi per lavorare; e allora badano a casa, se questa si può chiamare una casa, badano a me quando ritorno da scuola e io per far loro compagnia insegno loro un po’ di nederlandese e un po’ di matematica, ché nonno Peter e nonna Leontine sono analfabeti e fanno fatica anche a leggere le carte e i punti quando si attardano a giocare a Klaverjas alla luce della lampada.

E ogni volta che mi fermo a contemplare questa immagine, a guardare mamma, con le rughe cotte dal sole a scavarle un volto da quarantenne più che da trentenne, che serve le patate sotto lo sguardo assente e l’aria smarrita di papà, e a guardare le mani tremanti di nonna che versano il caffè, cominciando sempre dalla tazza di nonno come in una sorta di antico rituale, rabbrividisco dalla punta dei capelli a quella dei piedi. E mi sembra di vedere comparire sul muro un’enorme scritta che dice “Liesbeth de Groot, tu non diventerai mai così”. Per questo ogni giorno vado a Eindhoven, cammino quattordici chilometri sotto il sole, nel fango, nella neve, tutto per provare a scrivere un destino diverso da quello che sembra scritto per me: lavorare nei campi spezzandomi la schiena ogni giorno e mangiare patate ogni sera.

Poi a scuola c’è Marlies, la mia migliore amica: una ragazzina bellissima, snella, bionda con gli occhi azzurri che abita in una splendida casa di Eindhoven, che io in realtà non ho mai visto ma che lei mi racconta in ogni minimo dettaglio, con gli occhi che le brillano mentre mi parla del salone del suo palazzo, grande come la nostra casetta e le altre quattro lungo la nostra via messe insieme, così che nei miei sogni l’ho già vista mille e mille volte e la saprei descrivere come se ci vivessi da sempre. E soprattutto c’è Clemens, il ragazzino più bello della scuola, capelli ricci e scuri e occhi neri e profondi, pelle olivastra; chissà da dove viene con quei colori così inusuali qua dove sembriamo tutte bamboline di porcellana, con le trecce bionde, le nostre crinoline, e gli occhi limpidi come il mare che non ho mai visto. È più grande di me di due anni, Clemens, e per qualche motivo che davvero mi sfugge invece di correre dietro a Marlies, come tutti gli altri ragazzini della scuola, ha una cotta per me. Ovviamente ricambiata.
Sì, mi piace andare a scuola, ma oggi è stato l’ultimo giorno di scuola per me. E l’ultima sera che mangio patate.

*****

Clemens ha pensato a tutto: il cammino per il porto di Rotterdam è lungo poco più di cento chilometri e lui lo ha diviso in quattro tappe. Io gli ho detto che posso camminare più a lungo di venticinque chilometri al giorno, d’altra parte lui lo sa che vado ad Eindhoven tutti i giorni a piedi e non mi spaventa certo tutta quella strada, ma la nave su cui vuole imbarcarsi partirà solo sabato prossimo, dice, e abbiamo tutto il tempo per fare il percorso con calma. Tanto più che mi ha spiegato come sia opportuno camminare di notte e riposare di giorno, perché una volta scoperta la nostra assenza i nostri genitori verranno sicuramente a cercarci. Pertanto ha individuato tre nascondigli lungo la strada dove ripareremo quando il sole sarà alto, mentre durante la notte cammineremo indisturbati alla luce delle fiaccole. Stanotte, la prima notte, sarà però importante mettere tanta strada tra noi e i nostri villaggi per essere già lontani, domani, quando di certo cominceranno le ricerche.

L’appuntamento è sotto casa sua, che si trova a pochi chilometri da Nuenen, dove vivo io, proprio sulla strada per Rotterdam. Con la mia torcia a cherosene e un piccolo fagotto con le mie poche cose, ho lasciato la mia casetta intorno all’una di notte, e dopo nemmeno un’ora di cammino sono sotto la casa di Clemens a Nederwetten; come d’accordo lui mi aspetta nel fienile della sua piccola fattoria.

«Clemens…»
«Ssshh… sono qua, Liesbeth. Fai piano.» Clemens mi attira a sé e con gesti rapidi ed esperti spegne la mia fiaccola.
«Che succede?»
«Mio padre. Siediti qua… c’è un cavallo con la febbre, è appena sceso nella stalla per controllare come sta.»
«Si è accorto che non ci sei?»
«No. Non entrano mai nella mia camera e comunque ho messo un fagotto sotto le lenzuola al mio posto.»
«Bene.»
«Ma non possiamo rischiare di uscire allo scoperto finché non torna in casa.»
«Non ci voleva.»
«Tranquilla, piccola. I nostri programmi non cambiano.»
Il sorriso di Clemens che intravvedo nell’oscurità mi rassicura, le sue braccia intorno alle mie spalle mi riscaldano: è la fine di maggio ma la notte è ancora tanto fredda. Rotterdam è lontana, figuriamoci New York. Le sue parole sono un sorso di tè caldo quando fuori gela, un elisir contro l’ansia e la paura, una mano forte che ti sorregge mentre scivoli sull’orlo del precipizio.

Sto scappando di casa. Continuo a ripetere mentalmente queste parole finché non perdono significato, finché non diventano un semplice suono confuso tra altri, come altre quattro parole qualunque a formare la più banale delle frasi. Ho mangiato una mela. Mamma cucina le patate. Ma la verità è che sono terrorizzata. E non ho nemmeno aggiunto le altre quattro parole: per andare in America.
Clemens legge qualcosa nei miei occhi, mi stringe forte una mano, mentre con l’altra indica suo padre che si dirige verso la porta di casa, poi porta l’indice davanti al naso nel gesto del silenzio e dopo cinque minuti che mi sembrano non finire mai vediamo finalmente la luce dentro alla casa spegnersi.

«Andiamo, forza!»
«Ok» mi limito a dire, e seguendo la sua mano che mi guida siamo rapidamente fuori dalla sua fattoria e finalmente sulla strada dove possiamo nuovamente riaccendere le nostre lampade; Clemens maneggia con cura i fiammiferi svedesi che si è procurato e in pochi secondi abbiamo due rassicuranti lame di luce a illuminare il nostro percorso.
Dopo qualche minuto di cammino silenzioso torna a rivolgersi a me.
«Tutto bene, piccola?»
«Sì… cioè…»
«Che succede?»
«Ho un po’ paura… sai… io e te… l’America…»
«È normale avere paura, sai? Ma ti fidi di me?»
«Sì, certo, però… mi chiedo se rivedrò mai più i miei genitori e…»
Una piccola lacrima si fa strada tra le mie ciglia e per un attimo brilla alla luce delle lampade prima di scivolarmi lungo il viso. Clemens si ferma e mi mette le mani sulle spalle.
«Ehi ehi, piccola. Va tutto bene. Certo che rivedrai i tuoi genitori! Io e te faremo fortuna a New York e presto torneremo a prenderli, i miei e i tuoi, e li porteremo via da questi campi e da queste bestie per vivere una vita dignitosa. Scriveremo loro appena arrivati in America.»
«Ok…» mormoro.
«Liesbeth, tesoro. Siamo a poche ore di cammino da casa: se hai dei dubbi, torna indietro, nessuno si accorgerà di niente.»
«E tu?»
«Io vado, ormai è deciso. Il mio futuro è in America, non qua.»
«Allora vengo con te.» Chissà da dove mi è uscita tutta questa determinazione.
Clemens mi bacia teneramente la testa, poi mi riprende per mano e proseguiamo nel cammino. Adesso però odio il silenzio, non voglio sentire i nostri passi sulla strada, non voglio sentire il mio cuore accelerare. Decido di parlare.
«Cosa faremo una volta arrivati a New York?» Cerco di mantenere un tono allegro, genuinamente curioso, che non tradisca la mia preoccupazione, ma non sono sicura di riuscire nell’intento.
«Conosco qualcuno. Un ragazzo di Eindhoven che si è trasferito un paio di anni fa: ci scriviamo da diversi mesi. Staremo da lui finché non troveremo una sistemazione.»
«E poi?»
«Io troverò un lavoro, ci sono milioni di opportunità laggiù: stanno costruendo il Paese più grande del mondo e c’è bisogno di tutti!»
«E io?»
«Tu andrai a scuola, sei troppo brava per smettere. Imparerai l’inglese e poi troveremo lavoro bellissimo per te, in una banca o in una società d’affari.»
«Ma come a scuola? Con quali documenti? Saremo clandestini là…»
«Non ti preoccupare, qualcosa ci inventeremo.»
Resto in silenzio, non mi vengono in mente altre domande da fare per spezzarlo; in lontananza si cominciano a intravvedere le sagome delle case dei contadini e degli allevamenti di bestiame: alle nostre spalle il sole sta già sorgendo. Tra pochi minuti dovremo riparare da qualche parte, tra pochi minuti i nostri genitori si alzeranno diretti ai campi e alle fattorie e noteranno la nostra assenza, tra pochi minuti saranno sulle nostre tracce.

*****

Sono passate tre notti e tanti chilometri dal primo giorno passato in una capanna di pescatori abbandonata in riva al Piccolo Dommel. Clemens mi incoraggia e dice che ormai manca poco a Rotterdam, ma i piedi mi bruciano come castagne sul fuoco del camino in autunno, le mie scarpette di pezza si stanno piano piano sfaldando e ogni sasso che non riesco a evitare buca ciò che rimane delle mie calzature martoriando la carne come i chiodi di Nostro Signore sulla croce. Ho sopravvalutato sia la mia resistenza alla fatica, sia le mie povere scarpe. Nessuno però sembra cercarci: dei nostri genitori non c’è alcuna traccia e l’ultima alba di cammino sta quasi per sorgere.

«Liesbeth, tesoro, sei stanca?»
Certo che sono stanca, Cristo! Camminiamo da quattro notti, non vedo dove metto i piedi, ho le gambe a pezzi, le braccia graffiate dai rovi, da ore non vediamo un pozzo da cui attingere l’acqua per riempire le nostre borracce e sto morendo di sete.
«No, Clemens, va tutto bene.»
Clemens estrae la bussola e una cartina da una tasca dei suoi pantaloni.
«Tranquilla, piccola. Secondo la mappa mancano solo tre chilometri al porto di Rotterdam.»
Tre chilometri, quaranta minuti di cammino, quaranta mesi per i miei poveri piedi sanguinanti, quaranta secondi per la mia mente che già si vede su una nave in mezzo all’oceano. Con lo sguardo fisso a terra che cerca di evitare i sassi più appuntiti, continuo a parlare con me stessa e ad ascoltare me stessa, un assurdo dialogo tra la Liesbeth olandese qui e ora e quella americana che ancora non esiste, e che avviene tutto nella mia testa.

Quando rialzo gli occhi, in lontananza vedo le banchine costruite sulle sponde del fiume Nieuwe Maas, le prime imbarcazioni ormeggiate all’enorme molo del porto di Rotterdam e infine, nitida e  disegnata sulla parete bianca di una grande costruzione col tetto spiovente, un’insegna che recita Nederlandsch Amerikaansche Stoomvaart Maatschappij. Ed è proprio su un transatlantico della “Compagnia reale di navigazione Olandese e Americana” che Clemens intende imbarcarsi.
Arriviamo nei pressi del molo e Clemens comincia a studiare la situazione, osservando il viavai dei facchini che entrano ed escono dalla stiva trasportando i bagagli dei passeggeri. Non abbiamo biglietti, nemmeno di terza classe, per cui il piano è tanto semplice quanto pericoloso: infilarci nella stiva di nascosto scegliendo il momento giusto e viaggiare fino a New York da clandestini. Non abbiamo la minima idea di quale sia la pena per i clandestini colti in flagrante, ma di certo non saranno applausi e tulipani.

Ci avviciniamo alla stiva, alcuni ragazzi stanno caricando enormi bauli che di sicuro appartengono a qualche ricca famiglia di prima classe, cantando una vecchia canzone che riconosco subito: è Heb je van de zilveren vloot wel gehoord, la canzone che mio padre mi cantava ogni sera per farmi addormentare quando ero più piccola. Mi blocco. A mala pena sento Clemens che da pochi passi mi urla «Adesso, Liesbeth, adesso! Non c’è nessuno all’ingresso della stiva!», ma non riesco a reagire. La mia mente torna a quei momenti con mio padre, mi tornano davanti agli occhi le ultime immagini della mia famiglia che ho visto la sera prima di partire. Mamma con le rughe cotte dal sole, che adesso però sembrano semplicemente i segni del tempo passato a prendersi cura di me; lo sguardo assente di papà in cui ora vedo solo la stanchezza di un’altra dura giornata passata al lavoro per portare a casa il cibo per la sua famiglia, e le mani di nonna che versano il caffè a nonno, nonostante il tremore e la fatica degli anni, mi sembrano il gesto di amore più bello che abbia mai visto nella mia giovane vita. Chissà dove sono ora, persi in mezzo alla campagna a cercarmi, persi nella disperazione della loro figlia e nipotina sparita. Sì, non voglio diventare come loro, né vivere come loro, ma è per loro che cambierò la mia e le loro vite. E lo posso fare solo a Nuenen.

Clemens mi chiama di nuovo: approfittando dell’assenza di sorveglianza, è scivolato nella stiva e con grandi gesti mi chiede di raggiungerlo, nascosto dietro un’enorme cassa di stoffe. Per un attimo il mio sguardo perso a inseguire le immagini dei volti dei miei famigliari incrocia il suo: i suoi occhi sono piegati leggermente in basso come in una supplica, io scuoto leggermente la testa e allargo le braccia come per scusarmi, lui allora mi sorride amaro e con lo sguardo triste di chi ha capito mi manda un tenero bacio, ma io ho già nuovamente rialzato gli occhi che adesso corrono lungo il canale davanti a me, e nell’aria limpida e tersa del mattino il mio sguardo si butta infine verso l’orizzonte, fino ad incontrare, per la prima volta, il mare.

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