I left my soul on Californian soil – Part Six

di Mattia Bragadini

Tra LeBron e Hollywood

Ho imparato a conoscere Los Angeles come il 90 % delle persone: serie TV e telefilm (quando le serie TV si chiamavano telefilm) ambientati a Los Angeles, romanzi ambientati a Los Angeles (quelli di Michael Connelly e il suo Harry Bosch su tutti), musica che parla di Los Angeles (Doors, Guns n’ Roses, Red Hot Chili Peppers…), film ambientati a Los Angeles (da Pulp Fiction in giù).

L’Hollywood sign

Beverly Hills e Santa Monica, la San Fernando Valley e Malibu, Sunset Boulevard e Mulholland Drive, Downtown e Rodeo Drive, Inglewood e Venice Beach. Ho letto mille volte di questi luoghi, ho visto mille volte questi luoghi sul grande e piccolo schermo, ne ho assorbito così tanto l’atmosfera da avere scritto un miniromanzo, dal discutibile valore letterario, ambientato in parte a Los Angeles senza esserci mai stato. In poche parole, tutta la mia vita mi chiamava a L.A., e ancora non mi capacito di averci impiegato quasi mezzo secolo per decidere finalmente di andarci. Paradossalmente mi sembra molto più logica la sensazione di sentirmi perfettamente a casa che provo mentre attraverso le strade di questa incredibile metropoli, non più alla guida ma finalmente passeggero della dolce Giovanna, impassibile anche quando, sempre con grande dolcezza, impreca in dolcissimo romanesco contro i poco reattivi autisti losangelini.

Il tramonto su Los Angeles

Pronti – via, la città che ho sempre sognato di visitare mi accoglie con il suo benvenuto regalandomi dubito la possibilità di perdere gli occhiali da lettura nel percorso tra il parcheggio, l’ascensore e la camera. Nonostante la ripetuta perlustrazione del tragitto avanti e indietro non li ritroverò più. È evidentemente destino che debba lasciare qualcosa di me a Los Angeles. Ma già la prima tappa è pazzesca: dopo aver combattuto con il traffico, a tratti esasperante, e dopo un sentiero da trekking che ci fa domandare se siamo effettivamente ancora a Los Angeles, saliamo all’osservatorio Griffith, che si trova nell’omonimo parco sulle alture a est di North Hollywood verso Glendale. L’edificio già di per sé è splendido, e ospita una serie di sale esposizioni dedicate all’astronomia, un planetario, un enorme telescopio Zeiss che però a quest’ora del giorno per ovvi motivi non è in funzione, e soprattutto una vista che toglie il fiato sull’incredibilmente piatta skyline di Los Angeles, con la sua caratteristica nuvola di smog che assume un fascino tutto suo quando i colori del tramonto regalano una spettacolare luce alla città, al deserto alle sue spalle, alle montagne intorno, agli studi cinematografici più a nord (Warner Bros., Universal, Disney) e pure a quell’assurda nuvola che incombe minacciosa ma quasi grottesca su Downtown. Ed è qua, mentre sorseggio un caffè davanti a questa meraviglia, mentre ci scambiamo foto glamour con Benedetta, con Melania e con Samantha (che ovviamente reclama la sua istantanea con alle spalle il leggendario Hollywood sign), che inalo tutta questa bellezza e ripenso con un sorriso divertito a tutti quelli che mi hanno raccontato di quanto fosse poco affascinante Los Angeles…

L’ingresso della Crypto.Com Arena

Ma se il sole sta tramontando significa che è tardissimo, e noi abbiamo un appuntamento giù a Downtown per le 19:30. Non siamo distanti, ma in primis dobbiamo ridiscendere il sentiero da trekking fino alle macchine, guadagnare la Crypto.Com Arena (che per me rimane e rimarrà sempre lo Staples Centre), trovare parcheggio ed entrare al palazzetto. Già perché stasera il nostro appuntamento è con LeBron James.

Nella famosa chat di gruppo in cui prima di partire abbiamo condiviso le attività extra, la prima cosa che avevo scritto era che in qualche modo avrei voluto andare a vedere una partita NBA; potevano essere i Golden State Warriors a San Francisco, certo, ma se avessi potuto scegliere indubbiamente il fascino dei Lakers avrebbe vinto su tutto. Sarei andato anche da solo, compatibilmente con il programma del viaggio, ma ancora una volta l’impeccabile Sam aveva organizzato il tutto al mio posto, e il resto del gruppo aveva aderito entusiasticamente all’esperienza, anche chi aveva scarsa, o nulla, dimestichezza con il mono della pallacanestro.

Pericolosissimi ultras dei Lakers

Non sono tifoso dei Lakers ma ho come l’impressione che i gialloviola siano un po’ come il Brasile del calcio: la seconda squadra di tutti. Così, come quando la Nazionale italiana viene sbattuta fuori dai Mondiali e ci riscopriamo un po’ tutti tifosi verdeoro, allo stesso modo quando non giocano i “miei” Spurs o, chessò, i Knicks del mio socio di blog, credo che un minimo di simpatia per quei colori sorga spontanea. E quindi la mia brava T-shirt con il 24 di Kobe Bryant ce l’ho da tempo, e non posso certo non indossarla stasera.
Sarà l’innegabile fascino della franchigia; saranno le star di Hollywood frequentemente a bordo campo, da Jack Nicholson in giù; saranno le leggende senza tempo di questo sport che sono transitate da qua, da Wilt Chamberlain a Kareem Abdul Jabbar, da Magic Johnson a Shaquille O’Neill fino all’indimenticabile Kobe e al re di oggi: LeBron James appunto.

Ecco, da appassionato di basket l’emozione di vedere giocare dal vivo almeno una volta nella vita il più grande di sempre (no dibattiti, please…) è qualcosa a cui tengo particolarmente. Per cui quando questa mattina il numero 23 dei Lakers viene dato questionable (in dubbio) per la gara di oggi mi sale un leggerissimo stato d’ansia. Vero che viene dato questionable praticamente ogni sera, ma stavolta non si tratta del solito dolorino che poi un’ora prima della partita miracolosamente svanisce, ma di una forma influenzale, insomma il timore di non vederlo in campo c’è davvero.
Invece, quando raggiungiamo il nostro popolare posto in piccionaia (da dove, comunque, tra maxischermi e architettura del palazzo si vede benissimo), vediamo il nostro eroe regolarmente in campo per il riscaldamento e posso così preparare il telefono per immortalare l’icon…, ehem, il caratteristico momento in cui LeBron lancia in aria la polvere di talco. Un gesto che ripete a ogni singola partita da quando ha esordito in NBA, cioè dal 2003; già perché il nostro, che pochi giorni fa ha compiuto 39 anni, è alla sua ventunesima stagione.
Vabbè, va da sé che non ci sono solo i Lakers in campo, anzi i Miami Heat sono un’altra franchigia nobile e blasonata della NBA e attualmente tra le migliori della Eastern Conference, e infatti alla fine vinceranno. E non c’è nemmeno solo LeBron James in campo, ma anche altre stelle come il suo compagno Anthony Davis, e dall’altra parte un giocatore che ho sempre adorato come Kevin Love, insieme a un altro atleta formidabile come Bam Adebayo.

Il ricordo di Kobe

A onor del vero, la partita non è tecnicamente indimenticabile, anzi sul divano di casa mia davanti a Sky l’avrei definita “bruttina”, tanto che trovo anche il tempo di staccare gli occhi dalla gara e spiegare qualche regola del gioco a Giorgio, totalmente digiuno di questo sport. Lo stesso LeBron, evidentemente non al meglio causa postumi dell’influenza, non incanta. Ma poco importa: quello che conta è l’atmosfera che si respira intorno a questo meraviglioso sport; le Laker Girls (le cheerleader che catalizzano l’attenzione e la funzione video del telefonino del buon Stefano), la presentazione hollywoodiana (se non qui, dove?) della squadra di casa, i momenti di americanissimo intrattenimento durante i time-out, i toccanti murales digitali intorno all’arena in memoria di Kobe. Ma il momento più emozionante è sicuramente quello dell’inno nazionale. Negli Stati Uniti qualunque evento sportivo, da una partita di Little League di baseball fino al Superbowl, è preceduto dall’inno nazionale, di norma eseguito dal vivo e a cappella. Ed è letteralmente cantato da chiunque, quindi a volte si può pure capitare maluccio, tra cori di bambini dalla dubbia intonazione, o gruppi di veterani del Vietnam dalla voce tremolante. Noi invece capitiamo benissimo, nelle mani (e soprattutto nelle corde vocali) di una bravissima cantante, apparentemente priva di alcuna emozione e dalla voce limpida. Ora, negli Stati Uniti il pubblico ascolta l’inno in assoluto silenzio, in piedi e con il cappello sul cuore, caso mai seguendo con gli occhi il testo che passa sul maxischermo, suppongo a beneficio dei turisti che non lo conoscono a memoria; ed è esattamente quello il momento in cui si alza la pelle d’oca e lunghi brividi scendono lunga la schiena.
Meno emozionanti, ma non certo inattesi, sono i prezzi che girano alla Crypto.Com Arena per qualsiasi cosa. Ne sa qualcosa il povero Stefano che accompagno a prendere un hot dog durante l’intervallo lungo. Va detto che un normalissimo hot dog dentro all’arena costa circa 12 dollari (contro i 2 dei baracchini degli indiani nel piazzale fuori) e tutto il resto, dalle bibite alle patatine, va in proporzione; pertanto, quando dopo aver perso momentaneamente di vista Stefano, lo rivedo comparirmi davanti con una birra da 66 (l’unico formato disponibile) mi viene spontaneo sobbalzare:
“Stefano, ma hai visto quanto costa una birra?”
“No.”
“21 dollari.”
“Mortacci sua!”
Così.

Nonostante i prezzi, non possiamo tuttavia esimerci dal fermarci ad acquistare roba marchiata Lakers per noi e per i nostri cari nei vari punti vendita disseminati dentro al palazzo, anche se il megastore ufficiale presenta code chilometriche che non ci sentiamo di affrontare. Terminati gli acquisti, usciamo allora dall’arena alleggeriti di svariate decine di dollari tra panini, bibite, cappellini e T-shirt e ci rituffiamo a recuperare le Tiguan in una Los Angeles ventosa e improvvisamente gelida. La lezione di oggi è che a Los Angeles in gennaio l’escursione termica giorno / notte è particolarmente acuta, e l’arietta che viene dall’oceano decisamente pungente.

Red Hot Chili Peppers

Ciononostante, decidiamo di proseguire la serata, in fin dei conti non sono ancora nemmeno le dieci, salendo fino a Hollywood Boulevard, dove troviamo parcheggio e ci concediamo una passeggiata a contare le stelle dedicate alle celebrità sui marciapiedi della Hollywood Walk Of Fame, a scattare foto davanti al Chinese Theatre e al Dolby Theatre e a farci rapinare altri 10 dollari a testa da un pizzaiolo americano che vende pizza al trancio dividendola in otto, come se una margherita costasse 80 dollari. Ok, la pizza è decisamente grande, ma chiamatelo scemo!
Noi invece risistemati gli stomaci che hanno totalmente perso il ritmo normale dei pasti, tra colazioni lunghe, donut a ora di pranzo, hot dog e pizze a mezzanotte, riprendiamo la strada per l’albergo. Tutto sommato è stata una giornata piuttosto ricca, calcolando che stamattina eravamo ancora a San Diego. E domani…

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