L’ultimo paese

di Massimiliano Renaud

Passare dai viali tempestati di villette parallele al mare, alle curve senza protezione a strapiombo sugli abissi delle Apuane, è un po’ come cambiare mondo.
Affronto tornanti crudeli e l’automobile arranca aggrappandosi disperatamente alle marce basse. Percorro discese sciogli freni e salite ad alta percentuale fino a quando, dopo tanto faticare di pistoni, arrivo alla vetta circondato soltanto da alberi, cielo e montagne bianche, squarciate da una millenaria ricerca del lusso per esseri umani.

Dalle cave di marmo, una polvere bianca si alza ricoprendo la strada e si attacca alla gola tal punto, da darmi l’impressione di aver ingerito una minuscola venere scolpita. Oltrepassata la nube di pietra, attraverso un paio di paesini dotati di ruscello, ponticelli e tetti a punta; se non fosse qualche palma fuori luogo a ricordarmi del mare in fondo alla discesa, mi sentirei più in Trentino che in Toscana.
Accosto a un belvedere per fumare e scattare qualche foto cartolina e affacciandomi al guard rail, noto che una piccola diga ha dato vita a un laghetto artificiale sulle cui sponde giace, come addormentato, un agglomerato di case fatiscenti, ornate da una chiesa, che sembra abbandonato.

Cammino lungo la provinciale per trovare un accesso ma il paesello sembra irraggiungibile, risalgo verso l’auto e scendo di nuovo verso valle, ma niente, non c’è modo di scendere al lago. A pazienza esaurita, estraggo le chiavi dalla tasca pronto a rimettermi in moto.
Non appena azionata l’apertura a distanza, però, sul ciglio della strada trovo un cartello che sono certo che prima non ci fosse.
Non posso non averlo visto, penso, ci si sbatte quasi contro!
Se non fossi tanto distante dal credere al sovrannaturale, direi che si tratta di magia.
Sul cartello, una strana frase conferma i miei sospetti.

 

 

 

ENTRATE NEL SOGNO, CERCATE LA PACE, TROVATE LA VITA

OPPURE

MORIRETE

 

Per qualche istante non so cosa fare, resto immobile a fissare l’ultima parola.
No, mi dico, non può essere una cosa seria, sarà un rigurgito di Halloween, d’altra parte, quello che vedo sotto di me, si presterebbe non poco a una festa con tema la morte.
Decido di andare.
Un sentiero di pietra mi porta verso lo specchio verde e scivolando di sasso in sasso sulla rugiada lasciata dall’ultima notte, raggiungo una casupola con più pietre a terra di quelle che restano a formarne i muri. Davanti all’uscio, una vecchia signora è sommersa da un lenzuolo che non vuole distendersi su un robusto filo bianco.
Sembra un fantasma.
Appeso alla cintura che si scopre per un attimo grazie a un colpo di vento, un coltellaccio da cucina imbrattato di sangue.
Un fantasma armato.
– Posso aiutarla, signora?
– Grazie, si, sei molto gentile.
Impugnati i bordi del lenzuolo, provo a scoprire dove sono capitato.
– Vive sola? Scendendo dalla strada asfaltata non ho incontrato nessuno.
– Strada asfaltata?
– Si, la provinciale, è da lì che sono arrivato.
– Ah, si, è vero, non se il primo che me ne parla, ma non importa. No, non sono sola, in paese vivono anche mia figlia e la mia splendida nipotina. È un amore, sai?
Questa donna vive qui, e non sa della provinciale. E poi quel cartello…
– Immagino di si, tutti i bambini lo sono, o almeno credo.
Rispondo vago.
– Ne hai uno tuo?
– No, non ne ho, ma sono sicuro che sia così.
– Lo è, credimi, i bambini sono una benedizione. Ma tu? Come sei finito qui?
– Come le ho detto prima, mi sono fermato sulla provinciale a scattare qualche foto e il vostro paese mi ha incuriosito, così sono sceso, quando è apparso il cartello…
– Cartello?
– Si, il cartello che è…non fa nulla, lasci stare. Senta, posso chiederle ancora una cosa?
– Certo, figliolo.
– Siete felici? Voglio dire, siete felici, qui? Da sole. Non vi manca nulla?
– Nulla, cosa? Cosa dovremmo avere in più per essere felici? Siamo una famiglia, non abbiamo bisogno d’altro.
Vorrei chiederle che fine hanno fatto i loro uomini ma vengo anticipato.
– E tu? Tu sei felice?
– Dipende, a volte si, a volte no. Il brutto della felicità, è che non dura.
– Oh, ma certo che dura, basta volerlo. Dimmi, cosa fai, tu, per essere felice?
– Io, io non lo so, è difficile essere felice, e ancor di più decidere di esserlo.
– Pensaci bene, forse hai già avuto un indizio. E poi, ora che sei qui, una risposta me la devi dare per forza.
Con la mano destra, la donna sfiora l’impugnatura del coltello.
Un indizio? Quale indizio? Ho visto soltanto uno strambo cartello con qualche parola! Ho paura che questo sia un test con solo una risposta possibile. Ma quale? Cosa vuole questa donna da me? Ok, calmo, prova a rispondere qualcosa che c’entri col cartello e, se sbagli, scappa. Ok, mi butto, provo con la prima parola, si, se sbaglio, proverò a scappare.
– Io…sogno. Almeno lì, posso decidere di essere felice.
Dagli occhi blu della donna parte un sorriso che le modella il viso e la mano abbandona il coltello.
– Bene, molto bene, sei un ragazzo intelligente.
Forse me la sono cavata, quindi sarà proprio il cartello, l’indizio? O sarà stato solo un colpo di fortuna?
– Grazie, ma, adesso dove…
– Continua per la tua strada, sognatore, questo è il luogo per te.
L’anziana mi guarda, ancora sorridendo, quasi commossa, poi scompare in un attimo nel buio della porta. Provo a chiamarla, vorrei capire cosa significa tutto questo, vorrei sapere chi è lei, vorrei sapere da dove è venuta e dov’è finita, ma non c’è più.
Continuo la mia discesa per un centinaio di passi fino a una casa che sembra più solida della precedente ma, comunque, piuttosto decadente.
Sotto a un pergolato di rami seccati, una donna sui quaranta è assorta in letture mentre ciondola su un dondolo coperto di ruggine. Appoggiata al telaio della doppia altalena, un’accetta incrostata di sangue.
Non vedo nulla di buono, nemmeno qui. E in più, non mi ricordo la seconda parola del cartello. Sogno era la prima, morirete l’ultima e vita la terza. Ma cosa c’era in mezzo, cosa c’era?
– Buongiorno, signora.
– Buongiorno a te, sognatore.
– Sognatore? Come fa a sapere che sono un sognatore.
Conosco la riposta, ma voglio illudermi che ne esista un’altra.
– Devi per forza aver incontrato mia madre, se sei arrivato fin qui.
– E come sai che le ho detto di esserlo?
Risatina quasi da strega.
– Ma perché altrimenti non saresti qui, è semplice! Sono decine quelli che non ce l’hanno fatta.
Altra risatina inquietante.
– Cosa vuole dire?
– Nulla, non importa. Tu, invece, dimmi perché sei qui.
Eccoci di nuovo con le domande. Ed ecco la mano che cerca il manico dell’accetta. Pensa al cartello, pensa al cartello!
– Ecco, io, cerco.
Cercate, la parola era cercate!
– Ehm, cerco qualcosa! Qualcosa da portarmi a casa, nel cuore.
– Sembra un buon proposito, sognatore, ma devi fare ancora un piccolo sforzo. Cos’è che stai cercando, cos’è che vorresti portarti nel cuore?
Il cartello, ripensa al cartello.
– Cerco…la pace!
Ancora un sorriso, ancora la mano disarmata.
Me la sono cavata di nuovo.
– Bene, allora vai, scendi fino alla chiesa, c’è qualcuno che ti aspetta.
Sorridendo, la donna chiude con violenza il libro e nel tempo di sbattere le palpebre per colpa del rumore, sparisce nel nulla come un vecchio pensiero.

Giunto quasi alla sponda del lago, da sopra una siepe intravedo una chiesetta e sul sagrato della cattedrale in miniatura, noto una bambina biondissima che giocherella con una vecchia chiave arrugginita.
Almeno non è armata.
Sorpresa nel vedere anima viva, scatta in piedi in un gesto di quasi fuga.
– Ciao!
– Chi sei?
– Un viaggiatore, e un…
– …sognatore in cerca di pace, immagino.
– Quindi, tu sei…
– Figlia e nipote, tutte nella stessa piccola persona. Vieni, ho un’ultima prova per te, uomo fortunato. Soltanto uno, prima di te, è riuscito ad arrivare fino a me.
– E…
– E poi… Poverino.
– Cosa gli è successo?
– Non ti devi preoccupare, sono sicura che a te non succederà nulla.
– No, certo, posso sempre andarmene, se voglio.
– No. Questo non è possibile, c’è solo un modo di uscire da questo posto e non è quello di ritornare sui tuoi passi. Tutto quello che hai visto fin qui, non esiste già più.
Deglutisco a forza senza rispondere.
– Allora, sei pronto per la domanda?
– Non credo di avere scelta, a questo punto.
– Bene, allora dimmi qual è la cosa più importante. La più importante di tutte. Quella di cui non potresti mai fare a meno.
– Santo cielo, è una domanda impossibile…
– No che non lo è, rifletti, e pensa alla mia famiglia che non ha nulla, ma riesce ad essere felice.
E adesso? Cosa le rispondo? Il cartello diceva che avrei trovato la vita, non che la dovrei cercare. Pensa, pensa, qual è la cosa più importante di tutte. Eppure, dev’essere la vita, se non la cerco, non la troverò, e se non ci fosse vita, non ci sarebbe nulla.
– La vita, cerco la vita. Perché nulla dovrebbe renderci più felici dell’essere vivi.
Quasi sorpresa, la bimba mi corre incontro e mi abbraccia, felice.
– Sapevo che non avresti sbagliato, adesso prendi questa chiave, libera la barca e raggiungi la grande cascata di pietra. Lì troverai una grotta.
– Va bene ma, ascoltami, che fine ha fatto l’altro uomo che è arrivato qui prima di me.
– Non pensarci, non importa.
Lasciato l’abbraccio, la bambina scende verso il lago e come una stella cadente che finisce la sua corsa, svanisce.

Mi incammino alla ricerca della barca e supero un’arcata che sembra finire nel nulla, scendo quattro scalini sbriciolati e raggiungo la sponda.
Davanti a me, il più improbabile mezzo di trasporto su acqua che abbia mai visto, praticamente, una bara galleggiante a motore.

Scoperto il propulsore e liberato l’ormeggio, sono costretto ad almeno venti tirate di corda per azionare il fuoribordo quattro cavalli in dotazione alla bagnarola.
Quando finalmente l’elica si mette a borbottare, inizio la mia breve traversata sull’acqua verdastra. L’eco del motore sbatte tra le montagne dando l’impressione che un aereo si stia per schiantare al centro del lago.
Dopo meno di dieci minuti di navigazione, capisco cosa intendeva la bambina con cascata di pietra.
Un’intera porzione di montagna, non ricoperta dalle ricche fronde degli alberi, sembra essere stata affrescata da un pittore con un colore solo a disposizione. E quel bianco abbagliante, grazie al riflesso tremante del sole sul lago, sembra prendere vita come un enorme balzo d’acqua.
Alla base del candido muro a strapiombo, un arco nero sembra portare al centro della terra.

Mezzo giro alla manopola del gas e sono nel buio più fitto in cui mi sia mai trovato, con gli occhi inutilmente spalancati in cerca di una qualsiasi fonte di luce.
Poi, il buio finisce.
Davanti a me, qualcosa che non so descrivere a parole e che perfino i miei pensieri non riescono a catalogare. Qualcosa, che non conoscerete mai, perché non tornerò mai più indietro a raccontarvelo.

2 thoughts on “L’ultimo paese”

  1. Bel racconto,ben strutturato tra parte descrittiva, dialoghi, fantasia e riflessioni personali.La narrazione scorre veloce anche grazie ad un linguaggio asciutto masempre appropriato. Potrebbe costituire il nucleo di un romanzo. Coplimenti!

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