Sostienimi

 

di Sabina Bruschi

 

Oggi mi sono lasciato alle spalle una mattina grigia e nebbiosa, per salire sulla navicella, all’esterno, baciato dalla luce del sole, sopra il mare di nebbia. Mi sento un privilegiato, un eletto, un astronauta quasi, anche se in comune con lui ho solo una desinenza.  Lavorare così in alto rispetto alla superficie terrestre è a dir poco grandioso: da quassù tutto il visibile ti appare come estremamente bello. La nebbia che ho odiato fino a poco fa è diventata un morbido oceano in cui non esiterei a tuffarmi, se potessi. Il vento potente che soffia sempre a queste altezze mi preme su tutte le parti del corpo, mi fa sentire vivo. A quasi duecento metri dal suolo, il mio corpo prende il sopravvento sulla mente e, anche se la testa continua a registrare, a ricordare, perfino a dare l’allarme se occorre, il corpo si ascolta respirare: è lui che governa e mi dimostra ogni volta di più di essere una magnifica macchina.
Mark gesticola e mi riporta a quello che siamo venuti a fare: manutenzione ordinaria delle componenti meccaniche ed elettriche dell’aerogeneratore, oltre alla sostituzione delle parti usurate. Anche l’aerogeneratore è una macchina magnifica: una turbina eolica che sfrutta la forza dei venti per produrre energia rinnovabile, pulita.
“Mark, sai che nel mio tempo queste turbine non sono più in produzione da una trentina d’anni?”
“Oh…ma guarda che novità…ancora questa storia che vieni dal futuro, eh? Sei ridicolo Carl. E, dimmi un po’, come sapresti riconoscerle e ripararle, se non le hai mai viste?”
Lui, di rimando.
“Semplice: ho fatto un corso mentre dormivo, prima del colloquio d’assunzione.”
Mi guarda come se fossi un alieno, cercando sul mio volto un segno d’ilarità, anche minimo. Poi, senza trovarlo, continua:
“Ti conosco da meno di un mese, praticamente da quando mi propini questa storia, cioè da troppo tempo, Carl.”
Forse legge un po’ di delusione sul mio volto, perché subito dopo mi sorride e aggiunge:
“Ma sì, dai…quasi quasi… oggi voglio darti corda.”
“Faresti bene! Se non credi venga dal futuro, avanti: chiedimi quello che vuoi, qualsiasi cosa, perché possa convincerti.”
“Quello che voglio? Vediamo un po’…”
La testa di Mark, coi capelli scompigliati dal vento, inizia a ciondolare un silenzioso no, ma un sorriso preannuncia la sua prima domanda:
“Chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti?”
Mi chiede, spiazzandomi.
“Ma ti sembra una domanda sensata da farmi, con tutto quello che potresti chiedermi?”
“Ecco, lo sapevo che era tutta una bufala!” Sbuffa lui alzando il tono di voce.
“No, aspetta, voglio risponderti. Non ricordo chi è venuto dopo Trump, però ti assicuro che nel 2050 è stata eletta per la prima volta una donna alla presidenza americana: Anastasia Knyazeva.”
“Chi?” Mi domanda Mark strizzando gli occhi.
“Anastasia, splendida donna…e di un’estrema intelligenza. Tuttocchi era il suo soprannome, per via di quelle enormi iridi azzurre…”
“Certo, una donna, prima o poi ce l’aspettavamo, anche se… con un nome russo… è del tutto improbabile. Quindi, tu, dovresti venire dal futuro, da…? Da quando, esattamente?”
“Dal 2078; e sono nato lo stesso anno dell’elezione di Anastasia alla presidenza.”
“Pfui!” Sbuffa Mark “e si può sapere perché mai saresti tornato indietro, nel passato?”
“Ti ho già spiegato il motivo. Da quando i viaggi nel tempo sono diventati più sicuri, per noi tornare al passato è stata la priorità, maggior ragione sapendo, per certo, che il nostro intervento come crononauti avrebbe cambiato il futuro. E salvato il pianeta.”
“Addirittura!” Esclama lui divertito “…saresti qui per salvare il pianeta? Tutto qui? Qualcosa di più eroico non c’era? E da cosa, poi, dobbiamo essere salvati?”
“Oh, finalmente una bella domanda!” li rispondo cercando di guardarlo fisso negli occhi e poi continuo:
“Dall’esaurimento delle riserve energetiche, prima di tutto. Ormai avevamo i giorni contati: il collasso sarebbe avvenuto molto presto, dovevamo tornare qui per spingervi ad adottare politiche di sostegno all’energia rinnovabile. Diversamente l’uomo non potrebbe sopravvivere oltre il nostro tempo.”
Lui sgrana gli occhi, ma resta ben lontano dalle dimensioni dei globi oculari della futura presidentessa.
“Mi stai dicendo che sei venuto dal futuro e che, se non l’avessi fatto, l’umanità da qui a pochi decenni si sarebbe estinta? Ma per piacere Carl…”
“Non sto scherzando Mark. Non sono solo io, comunque. Siamo in tanti, più di uno per ogni paese del mondo.”
“Ma dai… sul serio? E, sentiamo, da quando esiste la possibilità di viaggiare nel tempo?”
“Solo da tre anni. Nel mio tempo, intendo.”
Lui scoppia a ridere e mi esorta ad avvicinarmi a lui. Una volta avvicinatomi, mi parla all’orecchio:
“Io, se potessi viaggiare nel tempo, vorrei andare nel futuro, non nel passato.” Mi rivela facendomi l’occhiolino.
Io non posso non pensare che, se davvero gli interessasse il futuro, potrebbe farmi tante di quelle domande, che non basterebbe la giornata per rispondere a tutte e lui penderebbe letteralmente dalle mie labbra per tutto il tempo.
Invece eccolo lì, chino su un attrezzo, con la fronte corrugata a rimuginare le mie parole, o forse solo concentrato sulla regolazione degli strumenti. Per venti minuti buoni non ci parliamo, concentrati entrambi sulla routine delle lavorazioni, poi lui torna a rivolgermi la parola.
“Se davvero sei nel 2018 per una missione per conto dell’umanità del futuro, perché sei qui che lavori con me?”
“Perché ora vivo qui, Mark. Vivo, lavoro per mantenermi, mi adatto, mi inserisco nel vostro tessuto sociale, e poi, a piccoli passi, vi aiuto a cambiare mentalità. A convincervi che dovete darvi da fare per non soccombere.”
Lui mi guarda più attento ora.
“Vuoi suggerirci di tenere comportamenti virtuosi, Carl? Di darci all’economia del riciclo, di costruire pannelli solari su ogni casa, di guidare auto ibride e di sposare le energie rinnovabili?”
“Esattamente, Mark. Ma non solo. Di riorganizzare il sistema dei trasporti, di alimentare le unità produttive con energia eolica, di sfruttare l’energia idrica del mare e, perché no, di abitare in case senza pareti e senza soffitti, per lasciare entrare la natura… e magari dotate di cucine ‘coscienziose’, in grado di ordinare gli ingredienti e poi cucinare da sole i piatti che preferiamo…”
Mi blocco prima di lasciarmi trasportare dalle mie parole, non senza un’improvvisa sensazione di vuoto allo stomaco.
Vedo Mark irrigidirsi, il viso con la bocca leggermente aperta fa entrare il vento forte che gli asciuga le labbra e gli socchiude gli occhi. Passa qualche attimo in cui mi sembra che il tempo abbia voglia di scherzare con noi, ma poi, di colpo, il suo volto si rianima e lui mi domanda:
“E quando avremo imparato da te e dai tuoi amici, quando ritornerai nel tuo tempo, potrai portarmi con te, Carl, nel futuro?”
Sono bastate poche parole per convincerlo, alla fine. Sarebbe bello che fossero tutti dei Mark: scettici all’inizio, ma poi pronti a seguirti ovunque, senza paura, perfino disposti ad andare verso un futuro sconosciuto.
Mark non sa che le nostre ‘macchine del tempo’ si muovono solo in un’unica direzione: indietro, mai in avanti. Io sto ancora imparando ad accettarlo.
Gli sorrido e gli stringo la mano.
“Tranquillo. Farò tutto il possibile. Tu, però, sostienimi, eh?”

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