I ragazzi non piangono

di Mattia Bragadini

Le prime note di Inbetween Days mi sorprendono ancora in un sonno profondissimo. Le sette. Resisto alla tentazione di ascoltare tutto il riff che mi sveglia ogni mattina, e allungo una mano verso l’iPhone sul comodino. Stefania sta ancora dormendo e non dà segno di aver sentito la suoneria, che tengo a un volume percettibile solo dal mio lato del letto. Corro in bagno a lavarmi i denti per togliermi di bocca il sapore della notte e torno sotto al piumone caldo, chissà mai che stamattina sia una di quelle mattine.
Dopo aver scaldato accuratamente i piedi strofinandoli uno contro l’altro, mi giro verso Stefania che continua a dormire dandomi la schiena e le appoggio la pianta del piede sinistro sulla caviglia nuda: per dormire sotto al piumone indossa solo una sottoveste leggera. Faccio risalire la mia gamba fino sopra al ginocchio mentre avvicino la bocca al suo orecchio e la mano sinistra le cinge la vita; Stefania si sveglia, mugugna qualcosa, prende la mia mano e se la porta alla bocca, la bacia e poi la scosta da sé, con un movimento brusco si libera della mia gamba e si gira mettendosi prona sul letto, afferra il cuscino e ci infila la testa sotto. Non è una di quelle mattine.
Mi avvio un po’ deluso verso la doccia, ma nonostante sia io sia l’inquilino che vive dentro ai miei boxer ci siamo alzati con le migliori intenzioni, resisto alla tentazione di un’operazione in solitaria sotto la doccia: ciò che non ho avuto questa mattina arriverà stasera, probabilmente con gli interessi. Esco, mi asciugo, mi pettino; breve ispezione sotto gli spietati faretti dello spietato specchio del bagno: i capelli bianchi sono sempre sotto controllo, la pelle delle guance e sotto gli occhi è tesa e riposata, la barba di tre giorni non ha bisogno di essere regolata. Camicia bianca, cravatta azzurra a pois, abito blu, dalla finestra del bagno già filtra una lama di sole: azzardo un mocassino scamosciato da asciutto, anche se fuori stagione. Metto in modalità casuale la playlist dei Cure mentre accendo i diffusori della cucina, e sulle note di A Forest preparo la caffettiera con la miscela preferita di Stefania che, tenera!, non si è ancora rassegnata alla Nespresso. Toast, burro, marmellata, croissant da scaldare nel microonde, frollini integrali al cioccolato, spremuta d’arancia. Stefania si presenta stiracchiandosi sulla porta della cucina sulle note di Lovesong (che meraviglia quando le playlist ti leggono nel pensiero!) proprio mentre la moka inizia a gorgogliare. È ancora in sottoveste e allungando le braccia l’orlo inferiore le si alza quel tanto che basta per aggiungere ulteriori rimpianti per quello che non è successo prima.

«Buongiorno, amore.»
«Buongiorno, gattina selvatica.»
«Adoro svegliarmi e trovare la colazione pronta!»
Si avvicina e alzandosi sulle punte dei piedi nudi mi dà un bacio a stampo sulla bocca.
«E io adoro svegliarmi e fare l’amore con mia moglie» butto lì con nonchalance, giusto per instillare quel minimo senso di colpa che mi dia qualche ulteriore garanzia riguardo la sessione serale.
«Scusa amore – miagola la gattina selvatica – ma stamattina non sono proprio in forma.»
«Dormito male?»
«Deve essere stato quel dannato sushi di Isabella. Io devo capire perché si ostina a provarci con la cucina etnica, quando è evidente che oltre a un classico aglio-olio-peperoncino non può proprio andare.»
«Boh… a me ha fatto schifo ma per lo meno non mi ha fatto star male.»
«Poi devo uscire presto oggi – cambia rapidamente argomento Stefania versandosi una tazzina di caffè – ché ho appuntamento in palestra con Valentina e Martina.»
«Ci vediamo stasera, allora?» butto un occhio non troppo distratto all’orologio come a segnalare che anch’io sono di fretta.
«Certo! A che ora torni?»
«Per cena. Cosa ti porto? O preferisci uscire?»
«No no, stasera restiamo a casa – sorride complice – sono in debito di qualcosa.»
Voilà, seratina assicurata. Mi compiaccio con me stesso.
«Messicano? Facciamo i maiali sfondandoci di tacos e quesadillas
«Visto il lavoro che mi aspetta in palestra me lo potrei anche permettere.»
«Andata allora. Scappo che avrò già la coda di persone in ufficio.»
Afferro la ventiquattrore e mi incammino verso il giardino e la macchina.
«Buon lavoro, amore! A stasera.»
La gattina selvatica si risolleva sulle punte e mi dà un altro bacio sulle labbra, molto meno a stampo di prima.
«Buona giornata, piccola. Non affaticarti troppo in palestra.»
Le strizzo l’occhio ma vabbè, fatica inutile, ché ormai i sottintesi qua si sprecano.

Che poi io un ufficio ce l’ho veramente, e ci vado veramente. Solo che non ci ricevo i facoltosi investitori che pensa la topolina, perché non sono un broker di Borsa free lance con percentuali da usura come le faccio credere da cinque anni. La mia attività è molto più illecita (si può dire “più illecita”? Beh non importa, l’ho appena fatto…) di una banalissima truffa aggravata o di qualsiasi altro reato finanziario, che potrebbe mettere in piedi chiunque masticasse un po’ di equity swap, bond option e derivati vari, o che solo avesse visto un paio di volte La grande scommessa. Ma è quella che garantisce alla cucciola la villetta col giardino a Milano 2, le vacanze sei volte all’anno nell’ormai consolidata sequenza Courmayeur – Saint Barth – New York –  Porto Cervo – Miami – Malè, i weekend in barca o a sciare a seconda della stagione, la palestra otto ore al giorno e il fancazzismo più totale twentyfour / seven: nemmeno lo sforzo di prepararmi la cena.
In cambio a Stefania è richiesto solo di fare presenza, d’altra parte è una topa da competizione (a detta dei miei amici, io non mi permetterei mai…), e di tenere scollegato il cervello, pratica che peraltro le riesce senza particolare impegno; in più le piace succhiarmelo, ricambiata, e non mi tradisce, per lo meno stando a quanto sostiene l’investigatore privato che la segue da cinque anni. Poche cose danno soddisfazione come esibirla ai party davanti agli amici, forte della consapevolezza che a loro non la darà mai.
Solo che, per garantirmi e garantirle questo tipo di vita, io non vedo titoli tossici alla vecchietta di turno o obbligazioni con rating sotto la C: io mi guadagno da vivere uccidendo. Buffo, no?

Non che la cucciola mi venga spesso a trovare al lavoro ma, per reggere il gioco, il mio ufficio corrisponde perfettamente allo stereotipo di quello di un fottuto Gordon Gekko qualsiasi: scrivania in mogano, poltrone in nabuk, tecnologia ad ogni parete, vetrata con panorama sul bosco verticale, minicampo da golf su cui provo i putt in vista di qualche puntatina sul green delle Rovedine.
A tutta questa serie di cliché, manca solo la segretaria giovane e strafiga in tailleur sopra il ginocchio e décolleté modello Scopami, per ovvie ragioni di sicurezza. La topolina, tenera!, è convinta che mi sia privato di una segretaria giovane e strafiga come quella di un fottuto Gordon Gekko qualsiasi per fare contenta lei, per non cadere in tentazione rischiando di farla ingelosire, ma la verità è che meno persone sono al corrente della mia reale attività, meglio è. E cambiare segretaria ogni mese sarebbe poco pratico, per non parlare della seccatura dell’occultamento
Il giochino è semplice: posto che non posso certo mettere in piedi un sito web su cui pubblicizzare la mia attività come farebbe un fottuto Gordon Gekko qualsiasi, al di là del passaparola che in questi ambienti è sempre il metodo migliore, i miei clienti mi possono trovare nel dark web, quello che su Google non appare nemmeno dopo Amazon, Booking e PornHub. Chiaro che non basta scaricare e installare Tor per trovarmi, bisogna anche sapere dove cercarmi e anche in questo caso l’URL viene trasmesso prevalentemente da bocche fidate a orecchie fidate; sulla pagina, infine, si trova solo un indirizzo, quello del mio ufficio, e un codice di quattro cifre che dà accesso al palazzo. Non parlo con nessuno al telefono, meno che mai al cellulare, figuriamoci via mail; si tratta solo di persona e con meno parole possibili, qui da me nel mio ufficio. La mia tariffa è nota, si paga tutto in anticipo (quella roba del 50 % prima e 50 % a lavoro eseguito esiste solo in quei cazzo di gangster movie hollywoodiani) e, per motivi che mi sembra superfluo evidenziare, tutto in contanti. Esatto: con quelle valigette piene di mazzette di banconote come nei film di un fottuto Gordon Gekko qualsiasi, questo sì.
E, visto che chi digita quel codice sul tastierino numerico all’ingresso del palazzo conosce perfettamente la situazione, la procedura si svolge in modo piuttosto snello: il cliente entra, sbrighiamo velocemente qualche breve convenevole, poi mi consegna la valigetta di cui sopra e una piccola cartella con una decina di foto e un foglio con i dati essenziali dell’obiettivo. Di norma mi vengono dati trenta giorni di tempo, prima di venire a chiedermi spiegazioni; di norma porto a termine il lavoro in massimo tre giorni: sono un professionista serio, io.
Oggi però la giornata è fiacca: il business degli omicidi è piuttosto florido per mia fortuna, ma per la fortuna delle sorti del mondo non ricevo richieste di ammazzare gente tutti i giorni. Così, una volta annusata l’aria, decido di lasciare l’ufficio prima di mezzogiorno e andare a mangiare un boccone con un calice di Philipponnat millesimato al bistro del Globe in Piazza Cinque Giornate, nella speranza di trovare qualche modella post-sovietica in pausa pranzo con davanti la solita insalatina da 18 euro. Al pomeriggio invece decido di non andare proprio in ufficio: d’altra parte ci sono diversi modi di farmi sapere che sta per succedere qualcosa e oggi non sembra proprio uno di quei giorni. Mi dirigo allora al circolo a rilassarmi  un po’ e, dopo qualche ora di golf, sauna e massaggi, passo infine da Taco King a comprare la cena messicana promessa alla cucciola.

La topolina mi accoglie sulla porta di casa indossando solo l’ultima selezione effettuata sul sito di Victoria’s Secret e arrivata a casa meno di una settimana fa, in diffusione c’è l’intera edizione rimasterizzata di Disintegration, le luci regolate al 35 % e, sparsi per casa, vari profumi che onestamente non riesco a riconoscere. Poso velocemente le buste di Taco King sul piano in Corian dell’isola della cucina, rendendomi improvvisamente conto che quello che avevo erroneamente considerato un gustoso dessert si sta invece rivelando un prelibato aperitivo. La gattina, tenera!, mi prende per mano e mi trascina letteralmente in salotto, facendomi capire più con i gesti che con le parole che è una serata da tappeto: mi toglie la giacca e comincia a sfilarmi lentamente la cravatta fissandomi sensualmente negli occhi, come in quei film di un fottuto Gordon Gekko qualsiasi, poi una volta rimasto in camicia mi fa sdraiare a forza accanto al tavolino del salotto e in un amen è sopra di me. E comincia a parlare:
«Com’è andata al lavoro, tesoro?»
«Seduta a cavallo delle mie gambe, si china su di me per aprirmi la cintura e sbottonarmi i pantaloni.
«Giornata tranquilla, cucciola, e tu?»
«Con un movimento fluido mi sfila pantaloni e calzini, mentre io la agevolo sollevandomi sulla schiena e scalciando via i mocassini.
«Solito, amore: palestra con la Marty e la Vale, due chiacchiere con la Michi e la Vane… ti piacciono le mie nuove unghie?»
Mi sbottona lentamente i bottoni della camicia e risale con le mani facendo scorrere delicatamente le unghie sul mio petto e graffiandomi appena.
«Molto molto b… b… belleee.»
Mi infila una mano dentro i boxer e sembra entusiasta di quel che vi trova visto che ne vuole subito sentire il sapore.
«C’è una nuova… mhm… nail stylist… umpf… in Via Turati… uhm… bravissima.»
Senza smettere si porta le mani dietro la schiena e si slaccia il reggiseno.
«Sì sì… sì, sì davvero… sì veramente bravissimaah!»
Con la bocca risale lungo il mio addome, mi bacia e mi lecca fino ad arrivare al mento e al collo, poi finalmente raggiunge le mia labbra e la sua lingua è dentro la mia bocca.
Prende respiro.
«Ma quindi cosa hai preso per cena?»
Si siede sul mio stomaco e piegandosi in avanti mi offre i suoi seni da succhiare.
«Tacos… ahm… con manzo e pulled pork… mhhm…. con litri di guaca… uhm… mole…»
Risollevandosi, porta una mano dietro di sé a dedicarsi nuovamente a me, mentre l’altra si infila nelle sue mutandine di pizzo nero.
«E poi?»
Si riavvia i capelli con un breve gemito liberandomi dalla sua presa. È proprio in quel momento che le note di Lullaby si diffondono nella sala.
«Quesadillaaaahsss con formaggio e panna acidaaaaah.»
Si sposta le mutandine di lato e mi fa scivolare facilmente dentro di lei.
«Molto bene, amore: io ho già tantissima fame.»

Suddenly a movement in the corner of the room
And there is nothing I can do
When I realize with fright
That the spiderman is having me for dinner tonight

Oggi la giornata si preannuncia molto più interessante rispetto a ieri, per lo meno i segnali che ho colto sembrano andare in questa direzione. L’ottima cena messicana, e soprattutto la tripla scopata con mia moglie, mi hanno messo di buon umore e stamattina sono pronto per “lavorare”, anche se il tempo è cambiato e fuori piove una pioggia gelata che minaccia neve. Lascio dormire Stefania, d’altra parte dopo ieri sera non avrei granché da darle nemmeno io, purtroppo non ho più vent’anni nemmeno da quel punto di vista, e sotto la doccia ripasso mentalmente la parte da recitare con i “clienti” che, a quanto pare, dovrebbero venire a trovarmi oggi. Preparo la colazione alla gattina e le lascio un biglietto generosamente decorato di cuori dicendole che sto andando al lavoro e di farmi sapere via WhatsApp cosa desidera per cena. Vista la stagione mollo la cabrio e opto per il Cayenne, ne recupero le chiavi e mi dirigo in ufficio, pregustando quella sensazione elettrica che ogni volta sa regalarmi l’attesa dell’inizio di una “missione”. L’attesa tuttavia non è particolarmente lunga: intorno alle 10:30 il familiare buzz del citofono mi annuncia che qualcuno giù ha digitato il codice corretto e sta per salire qua al sedicesimo piano; apro leggermente il cassetto dove conservo la mia Beretta 92 semi-automatica silenziata, la prudenza non è mai troppa, e mi preparo a ricevere la visita.
Con le mani bene in vista, quindi perfettamente istruito, si presenta un uomo sui primi quaranta, leggermente brizzolato e con la barba di una decina di giorni, ma curata; indossa un lungo cappotto grigio sopra un completo blu di cui intuisco la buona fattura e l’ottimo taglio; non mi piace il modo in cui porta la sciarpa di cachemire beige sciolta a penzoloni lungo il corpo, ma nell’insieme la figura trasmette eleganza ed autorevolezza. Niente malavita organizzata, penso, questo lavora per qualcuno ricco e potente, sempre che quello ricco e potente non sia proprio lui, ma raramente questi personaggi si muovono in prima persona. E in fondo chissenefrega, mi dico, l’importante è che in quella ventiquattrore, che ha posato a terra di fianco alla porta per mostrarmi le mani, ci sia il denaro sufficiente per il lavoro. Neanche mi leggesse nel pensiero, recupera la valigetta dal pavimento e si dirige verso la mia scrivania, con un cenno della mano lo invito ad accomodarsi su una delle due poltrone di fronte a me. Non ci sono convenevoli né strette di mano.
«Lei conosce le regole?» esordisco senza tanti preamboli.
«Sì certo. In questa valigetta ci sono due milioni di euro in contanti e una cartella con i dati del bersaglio.»
«Due milioni?»
«Sì, il suo cliente è molto generoso.»
Parla con voce calma e leggermente affettata, se dovessi scommettere il contenuto di quella ventiquattrore sulla sua professione, li punterei su avvocato.
«Posso?» allungo una mano con l’implicita di richiesta di mostrarmi la valigetta.
Il mio cliente me la porge immediatamente con un sorriso senza espressione.
La poso sulla scrivania e faccio scattare le due chiusure metalliche. Forse ho visto troppi film d’azione ma è un momento che mi fa sempre accelerare le pulsazioni. Naturalmente la valigetta non esplode, al contrario si apre mostrandomi una serie di mazzette ordinate di banconote da 500 euro e, nella tasca a soffietto, una cartellina arancione. Poso la cartellina sulla scrivania, faccio un rapido conteggio delle mazzette che sono venti e che quindi dovrebbero contenere duecento banconote ciascuna: a occhio ci sono. Prendo qualche mazzetta a caso e controllo che in mezzo non ci siano pezzi di carta o altri squallidi mezzucci per tentare di fregarmi.
«Sembra tutto a posto» concludo richiudendo la valigetta.
«Allora, se  non c’è altro…»
L’avvocato si alza in piedi e fa per andarsene, poi torna sui suoi passi come se si fosse ricordato di un dettaglio dell’ultimo minuto.
«Ah mi scusi – riprende con il solito tono piatto e il solito sorriso senza espressione – ci sarebbe un’ultima cosa.»
«Sì?»
«Ecco, sarebbe importante che l’operazione fosse portata a termine entro stasera.»
«Stasera? E come sarebbe possibile? Devo cercare questa persona, trovare tempo, modo, occasione…»
«Sono sicuro che per un professionista come lei non sarà un problema. E d’altra parte il contenuto di quella ventiquattrore dovrebbe giustificare questa piccola richiesta supplementare, non è vero?»
«Sì, ma…»
«Arrivederci.»

Questa volta l’avvocato se ne va davvero, lasciandomi con una sensazione di irrisolto e una morbosa curiosità per il contenuto della cartellina. Metto la valigetta in cassaforte e apro la cartellina sulla scrivania: come da precise indicazioni contiene dieci foto del bersaglio, di cui almeno tre primi piani, e un breve foglio stampato con i dati essenziali: nome, cognome, data di nascita, indirizzi di casa e lavoro, rapporti famigliari, abitudini essenziali.
Già osservando la prima foto mi sale un nodo in gola: rappresenta una ragazza bellissima a figura intera, con lunghi capelli castani in un miniabito da cerimonia tutto lustrini e paillettes e un paio di sandali gioiello ai piedi. La foto è un po’ sfocata, i lineamenti non ben definiti ma sono abbastanza sicuro di avere già visto quel miniabito. Mi allento il nodo della cravatta, sto facendo fatica a respirare. La seconda foto è un primo piano: la stessa ragazza sorridente con i capelli raccolti sulla nuca, il trucco leggero, la pelle abbronzata, un paio di preziosi pendenti d’oro e diamanti alle orecchie. Mi lascio cadere senza forze allo schienale della poltrona. È uno scherzo, penso. Poi frugo furiosamente tra le altre foto fino a trovare il foglio dattiloscritto che stavo cercando, è la sentenza definitiva: Stefania Borghetti, nata a Milano il 12 gennaio 1991.
Mi hanno appena consegnato due milioni di euro per uccidere mia moglie.

Raccolgo le idee, se qualcuno vuole Stefania morta ci deve per forza essere qualcosa di torbido nella sua vita: chi mai dovrebbe aver voglia di uccidere una ragazza le cui uniche occupazioni sono andare ai corsi di pilates e trovare l’esatta tonalità di shatush che aveva Chiara Ferragni sulla copertina di Elle? Qualche pretendente respinto? No, ma come gli verrebbe in mente? Con due milioni di euro uno va a mignotte per una vita, mica li sputtana per ripicca per una delusione d’amore. A meno che la cucciola non abbia a sua volta una doppia vita. Possibile? L’unica cosa che posso fare è convocare immediatamente il mio investigatore privato: non solo è tra i pochi che conosce la mia vera professione e di cui dovrei quindi teoricamente fidarmi, ma visto che lo pago profumatamente per seguire mia moglie, dovrebbe avere un’idea molto valida sul motivo per cui dovrei ammazzarla, e soprattutto una spiegazione altrettanto valida per avermi taciuto gli affari sporchi in cui è evidentemente coinvolta. Decido di chiamarlo immediatamente.
«Tony, nel mio ufficio. Subito.»
«Cosa succede? Sono con Stefania.»
«Dove siete?»
«Corso Como.»
«Sei a due passi. Lasciala e vieni qua subito.»
«Ma perché?»
«Niente domande. Il codice è quello di ieri.»
Il secondo buzz della giornata, un evento piuttosto raro, annuncia l’arrivo del mio investigatore privato. Tony si presenta col suo solito completo beige e il borsalino in testa: puzza di sbirro già da venti metri di distanza. Mi assale il dubbio di aver assunto un perfetto coglione, e questo dubbio me lo devo levare alla svelta.
«Siediti Tony.»
«Ma cosa sta succedendo?»
«Mi devi spiegare una cosa.»
«Cosa?»
«Quello che mi stai raccontando da anni su Stefania: misurata, sobria, irreprensibile, mai un atteggiamento fuori posto. Praticamente la moglie perfetta.»
«Ma… certo… è così… ma… che problema c’è?»
«Il problema, porca troia, è che qualcuno mi ha appena consegnato due milioni per ucciderla, questa moglie irreprensibile! Ecco che problema c’è, stronzo!»
«Ma ma…. e io cosa c’entro? Cosa ne so?»
«Eh già… tu non sai un cazzo! Investigatore dei miei coglioni!»
«Io non l’ho mai vista in situazioni equivoche o con personaggi strani.»
«Ok, ragioniamo. Quindi, se ho capito bene la situazione – faccio un respiro profondo e cerco di calmarmi – ho una moglie da copertina di Cosmopolitan che tende a vestirsi a metà tra una sfilata della Fashion Week e il set di un film porno. Eppure in cinque anni, non l’hai mai, dico mai, MAI, vista con un altro uomo. Nemmeno un caffè con un amico! I casi sono due: o io ho sposato un incrocio tra Megan Fox e Madre Teresa di Calcutta, oppure te la scopi tu. Dimmi tu quale ipotesi ti sembra più realistica.»
«Ma no, ma cosa ti viene in mente?»
«Cazzo, Tony, sai quanto odio lavorare gratis – metto la pistola ben in vista sulla scrivania – dimmi cosa minchia fa Stefania quando mi racconta di andare in palestra! Oltre a succhiartelo, ovviamente…»
«Ehi, ehi. Senti… ok, ammetto che i miei report su Stefania sono stati un po’, come posso dire… edulcorati? Ma ti giuro che non l’ho mai sfiorata nemmeno con un dito.»
«Sei un uomo talmente infimo e insignificante che potrei anche crederci… mi sembri più il tipo che la spia mentre si fa scopare da altri.»
«No, dico sul serio. Stefania non ti ha mai tradito. OK… forse non ti ho mai raccontato di quando andava in qualche club a bere un drink, o di qualche serata con le amiche a darci dentro con i Martini. Ma cose così, sempre con quelle tre con cui si vede sempre, con gli uomini non ci andava, non ci va… e ti assicuro che ne ho visti a decine provarci con lei.»
«E tu non te la sei mai scopata?»
Accarezzo il calcio della pistola, ma non posso certo ammazzare Tony qua dentro. È un bluff a cui non può credere nemmeno un cazzone come lui.
«Ehi, dai non scherzare. No, non l’ho mai toccata, non mi sono mai avvicinato a meno di venti metri!»
«E allora vuoi spiegarmi chi cazzo vuole ammazzarla e perché!?»
«Non lo so. Te lo giuro… non lo so.»
Tony si lascia cadere sulla poltrona esausto, quasi terrorizzato dalle implicazioni della mia domanda.
«Sei talmente idiota che finirò col crederti. Dai, vattene.»
«Ma io…»
«Fuori!»
Tony se ne va, lasciando alle sue spalle l’odore acre dell’abbondante sudorazione che la nostra conversazione gli ha procurato, e davanti a me il baratro di una decisione da prendere, e da prendere in fretta. Le persone con cui ho a che fare tendono a non prendere sportivamente quando le loro richieste non vanno a buon fine, ma d’altra parte io mi sono sempre trovato a dover ammazzare perfetti sconosciuti, non la donna che ho sposato. Ma ora, davanti a questa richiesta, chi è veramente la donna che ho sposato?

Mi introduco in casa mia come un ladro; quando ho fatto installare uno dei più moderni e sofisticati sistemi d’allarme non pensavo certo che un giorno avrei dovuto disattivarlo per uccidere mia moglie. Per fortuna che la gattina, tenera!, non ha voluto le telecamere di sorveglianza per poter prendere liberamente il sole in topless in giardino. Per fortuna che a quest’ora è già a casa, e se la conosco abbastanza si è dimenticata di inserire il perimetrale; inserisco con cautela la prima chiave nella serratura, tutto tace, giro lentamente la chiave poi passo alla seconda e anche qua va tutto liscio. Adorabile cucciola! È davvero un peccato ammazzarla.
Estraggo la Beretta e muovendomi in punta di piedi e rasente al muro arrivo alla porta della cucina, butto un occhio dentro proteggendomi con lo stipite: la topolina non c’è. Attraverso il corridoio e appoggiandomi alla parete opposta mi dirigo verso il salotto dove ieri sera abbiamo consumato quel tappeto, seguo il suono del televisore acceso davanti al grande divano in alcantara, striscio i piedi lentamente fino all’apertura che sfocia nel vasto salone tappezzato di arancione; allungo piano piano la testa per vedere dove è seduta la gattina e, mentre sporgo il viso in avanti, il freddo di una canna di acciaio mi gela una tempia e il sangue nelle vene.

«Molto bene signor killer, adesso muoviti con molta cautela.»
«Ma, gattina… cosa sta succedendo?»
«Lo sai benissimo, amore, cosa sta succedendo.»
«No che non lo so! E cosa fai con quella pistola? Dove l’hai trovata?»
«Sai, non è stato difficile immaginare che un sicario professionista conservasse una pistola anche in casa, giusto in caso di necessità.»
«Sicario professionista? Ma di cosa stai parlando?»
«Ti prego, amore, cerchiamo di essere seri: io so tutto.»
«Tutto cosa?»
«Tutto. Quello che fai davvero. Le montagne di soldi che ti fai dare per ammazzare la gente e di cui a me tocca solo una minima parte, perché nascondi tutto in quella pietosa imitazione dell’ufficio di un fottuto Gordon Gekko del cazzo dove mi fai credere di andare ogni giorno. O vuoi negare di aver ricevuto due milioni di euro in contanti per uccidermi non più tardi di questa mattina?»
«Ma tu come fai a…»
«Ma davvero pensi che sia così cretina, brutto coglione? Davvero pensavi che mi bevessi le tue balle? Quel genio del tuo investigatore, poi? Quanto tempo è che lo paghi per farti raccontare un mucchio di stronzate? Quattro? Cinque anni? Si è fatto beccare dopo tre giorni che mi seguiva e non ho nemmeno dovuto scoparmelo per fargli aprire il libro, si è accontentato di un pompino.»
«Allora è lui che mi ha chiesto di ucciderti?»
«Ma quanto sei idiota, amore! È veramente incredibile che tutta questa gente mettesse mucchi di soldi nelle tasche di un imbecille come te. Vedi che non te li meriti? Io, io ho commissionato il mio omicidio! Sapendo che non ci avresti pensato su due volte e che saresti stato tanto stupido da introdurti in casa nostra con una pistola in mano, dopo aver lasciato ovunque prove del tuo mandato. Posso chiamarlo così? È tutto in quella cassaforte dietro alla tua scrivania, sotto a quella pessima riproduzione di un quadro di Chagall, vero? Che cattivo gusto, tra l’altro, amore…»
«Ma come? Cosa significa che mi hai chiesto tu di ucciderti?»
«Non ce la fai, eh? Proprio non capisci? Sono cinque anni che aspetto pazientemente che tu metta via abbastanza soldi per poter fare la bella vita senza averti tra le palle, e dopo l’omicidio di quel banchiere il mese scorso, direi proprio che ci siamo.»
«Ma tu come fai a…»
«Piantala con questa storia! Ti ho già spiegato che so tutto! E adesso se per piacere vuoi sparare due colpi contro il muro…»
«Cosa?»
«Posso anche farlo io dopo, ma ci tengo a rispettare la corretta sequenza degli eventi.»
«Sequenza? Quale sequenza?»
«Oddio, devo proprio spiegarti tutto. Tu ti introduci in casa per uccidermi, mi trovi, mi spari, ma mi manchi – bel sicario ahahah! – e io ti uccido per legittima difesa. Facile, no?»
«Ma tu sei completamente pazza!»
«Trovi? Con due milioni in contanti e una carpetta col mio nome e le mie foto nel tuo ufficio, pensi che gli investigatori avranno molti dubbi?»
«Ma cucciola… io non ti ho mai fatto mancare niente… »
«Non posso negarlo ma adesso voglio decidere tutto da sola. E farmi mancare ancora meno. Dai, fai il bravo bambino e spara contro il muro, non farti pregare.»
«Ma gattina…»
«Spara!»
Ed è lì, mentre Stefania fa comparire da chissà dove l’intro di Boys Don’t Cry che i miei due spari si confondono con il mio giro di chitarra preferito, quasi a farsi beffe della mia intera vita.
«Ora, se vuoi consegnarmi la pistola, mi devo allontanare solo un attimo per rendere il tutto credibile. Mica posso spararti a una tempia da un millimetro.»
«Amore mio… ti prego… ti darò tutti i soldi che vuoi… non farlo…»
«E smettila di piagnucolare, non senti? Lo dice anche il tuo Robert Smith che i ragazzi non piangono. Ciao, amore

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